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Tag: Frati

L’arte del vino, il vino nell’arte

Un incontro davvero speciale quello avvenuto ormai quasi sei anni fa in cantina a Ca’ dei Frati. Un incontro di quelli fortuiti, dove, grazie al passaparola di un amico in comune, abbiamo avuto il piacere di incontrare Sandro Barbagallo. Già si pregustava qualcosa nell’aria, qualche progetto pianificato tra i denti, a bassa voce. E’ così che è nata la conferenza avvenuta il 18 marzo 2022 in cantina, riproducendo quel primo incontro del 2016 tra arte (nello storico dell’arte Sandro) e vino (nell’enologo Igino Dal Cero).

Il vino è capace di cose inimmaginabili: ad esempio, trovare qualche punto in comune con i più disparati rami della cultura. E facendo cultura fa relazione, fa da ponte. Un bicchiere di vino crea rapporti, a volte, come questo, davvero straordinari.

Sandro Barbagallo non è solo un semplice storico dell’arte, ma molto di più: è curatore del Reparto Collezioni Storiche dei Musei Vaticani e del Museo del Tesoro Lateranense, Perito d’Arte e Antiquariato del Tribunale Civile di Roma. Insomma, di arte se ne intende senza dubbio. Proprio quella sua perizia e capacità di leggere il dettaglio accomuna la visione che Ca’ dei Frati mette nel vino: la capacità di vedere in prospettiva in una storia che è più grande di noi.

La serata comincia da Heinrich Dressel, un nome poco noto ai non addetti ai lavori: fu lo studioso che per primo catalogò le diverse tipologie di anfore romane e tra queste quelle vinarie. Se i Romani non avessero iniziato a trasportare il vino, il mondo probabilmente sarebbe a dir poco differente da quello che conosciamo noi oggi. Ed è proprio dal ricco contenuto di queste anfore che nascono miti e leggende attorno al vino: esso è protagonista diretto o indiretto di tantissime storie con cui ci divertiamo a spiegare cose che sono fuori dalla nostra comprensione, perchè, come dice Sandro, il vino è vita: è erotismo e religione insieme, è salute e malattia allo stesso tempo, è felicità e tristezza.

I primi quadri che vengono selezionati arrivano dal Seicento e sono opere di grandi nomi: Mengs e Vermeer dove un calice di vino, nel primo caso, diventa l’espediente per sedurre, per rilassare la mente della donzella non abituata alle prime avance. Il vino come sostanza inibitrice dei freni è spesso presente nella mitologia greca dove un Giove seduttore escogita mille piani per attirare delle belle fanciulle umane, nonostante l’ira furibonda di Era che fa finire spesso in modo tragico queste storie.

La divinità è da sempre in qualche modo collegata al vino: prima di Giove, il dio Fufluns, senza dimenticare Bacco e Sileno rappresentati sempre con la mente rapita dall’alcool, con guanciotte rosse e spesso nudi, senza pudore e vergogna. “Dove c’è libertà potoria, c’è libertà nella vita e non sconvolge la nudità” afferma Sandro Barbagallo, mentre mostra una serie di Bacchi, partendo dal classico Bacco adolescente di Caravaggio, via via sempre più vecchi e sempre più discinti.

 

 

Infine un salto all’antico Testamento, dove nudità e vino sono presenti nella scena cardine di Noè ubriaco dopo il diluvio universale, dopo che comprese la potenza del frutto dai tanti chicchi. Nemmeno il testo sacro si sottrae alla centralità di questa bevanda nella cultura umana.

La portata dirompente di questo prodotto era ben chiara ai Romani che al vino e a Bacco avevano perfino dedicato due giornate all’anno, 16 e 17 marzo, chiamate Baccanalia. Solo in seguito, osservando comportamenti sempre più discinti e libertini, decisero con il Senatus consultum de Bacchanalibus di reprimere questi inni e lodi al vino, riportando la celebrazione in contesti meno smodati e più civili.

Il vino diventa allora un prodotto addomesticato, non solo perchè si comincia a coltivare la vite con metodi selezionati in base alla tipologia di suolo, ma anche perchè nasce un modello di comportamento da seguire che include il vino in diversi contesti sociali: dal medioevo si ha un vino per la gente, il vino delle taverne, ma si ha anche un vino per la religione, il vino della Chiesa.

Il vino allora diventa metafora del sangue di Cristo che, premuto nel torchio mistico, fa sgorgare dalle ferite della crocifissione un vino-sangue, simbolo della redenzione del peccati del mondo. Il prodotto della vite entra così a pieno titolo anche sulle mense dei monaci attraverso una fitta regolamentazione che non prevedeva eccedenze quasi per nessuno: solo i monaci implicati in qualche attività manuale potevano accedere ad un calice di vino in più. Il vino è a tutti gli effetti un cibo, nutriente e genuino.

Il frate quindi diventa il soggetto curioso da raffigurare in pittura creando attorno a sé il topos del frate-cantiniere che, avendo licenza di portare le chiavi della cantina, cede alla fine umanamente al desiderio e viene trovato ubriaco ai piedi di una botte di legno. O ancora il frate-sommelier che spina del vino nuovo e lo esamina con fare acuto ed esperto.

La storia di Ca’ dei Frati ci riconnette al Quattrocento, quando la tenuta era gestita dai frati Carmelitani Scalzi dell’ordine di Santa Maria de Senioribus. I pochi ettari che possedevano attorno alla tenuta erano coltivati a vite e dati a mezzadri perchè mettessero a produzione il vigneto. Il vino così ottenuto veniva utilizzato per la santa messa.

E’ difficile allora distinguere cosa sia arte e cosa sia vino: a volte arte è vino, come nei numerosi esempi scovati nella storia dell’arte dal professor Barbagallo; altre ancora il vino è arte, come nella grande passione, nel retaggio culturale e nella tecnologia di cui Ca’ dei Frati si fa portavoce.

 

L’ arte e il vino quindi restano due ambiti culturali estremamente interconnessi, non solo in tempi recenti, ma anche approfondendo nelle rispettive radici della loro storia. Spesso intrecciati e rincorsi a vicenda, si fatica a comprendere quale venga prima e da chi dipenda davvero l’altro. Alla fine infatti il vino si definisce come un’arte pura, se non altro in quell’aspetto che prevede una grande sensibilità da parte del vignaiolo nella realizzazione del suo prodotto finale, un prodotto che per quanto il processo di produzione sia standardizzato sarà sempre figlio di una sola mano e di una sola mente. L’arte è proprio questo: la capacità di realizzare qualcosa di già noto e conosciuto, ma in un modo che soltanto l’artista sa fare.

Tratto dalla tesi di laurea (2022) di Maria Chiara Dal Cero “Arte ed estetica del vino e dei suoi luoghi”.

Si ringrazia il Comune di Sirmione, nella figura del sindaco Luisa Lavelli, per aver gentilmente concesso il patrocinio per questa serata, Sandro Barbagallo per aver condotto magistralmente una lezione con un tema a noi davvero molto caro e la piccola e dolce Elisabetta, sua figlia, incredibilmente incantata e attenta per quasi due ore ad ascoltare il padre.

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Il professor Attilio Scienza in Ca’ dei Frati

Finalmente, dopo la lunga parentesi della pandemia, sono ripartiti gli eventi e anche Ca’ dei Frati ha organizzato un palinsesto di conferenze a tema vino che, attraverso approfondimenti tematici grazie all’unione di vari ambiti e materie, punta a far sì che il mondo vitivinicolo sia raggiungibile da tutti e sempre più comprensibile e di interesse.

Venerdì 18 febbraio 2022 ha aperto il ciclo di conferenze dell’anno il professor Attilio Scienza, un nome ben noto alla viticoltura. Docente all’Università Statale di Milano, si è specializzato nel miglioramento della qualità dei vini grazie a studi inerenti alla vigna e ai portainnesto; un ulteriore settore di suo interesse è la riscoperta di vitigni antichi: infatti si è occupato della vigna di Leonardo Da Vinci a Milano – un caso davvero unico di viticoltura urbana in centro città – e anche in modo molto specifico del nostro amato Turbiana.

Durante la lezione magistrale del professore è emerso che un grande punto di forza del nostro territorio è sicuramente il suolo: partendo dal Quaternario, si è parlato dell’origine glaciale del lago di Garda che influenzò la composizione chimica dei suoli circostanti. Da questo punto di vista per il territorio del Lugana si parla di due zone differenti: la prima, più pianeggiante, è composta da argille limose ed è il cuore più antico della denominazione, estendendosi proprio tra Rovizza e Lugana. La seconda invece è tipica delle colline verso San Martino, Pozzolengo e Lonato del Garda. In questo caso i suoli risultano più sabbiosi.

La storia del Lugana affonda le sue radici al tempo dei Romani, quando la Silva Lucana – il fitto bosco che ricopriva le zone che oggi rientrano nel disciplinare di produzione – cominciò a subire un lento disboscamento fino al Quattrocento quando i monaci intensificarono lo sfruttamento lasciando vaste aree bonificate per i terreni viticoli.

Dalla metà del Cinquecento il Turbiana inizia ad intrecciare la sua storia con quella del Verdicchio, un vitigno assai affine, ma differente. Probabilmente potevano condividere un’origine veneta: erano vitigni utilizzati per ripopolare le campagne a seguito di devastazioni causate da epidemie di peste.

Anche ai primi anni del Novecento i due vitigni venivano ancora un po’ confusi: il Turbiana era chiamato anche Trebbiano di Verona, il verdicchio invece erano soprannominato Trebbiano verde. Il nuovo nome, quello con cui viene attualmente identificato il vitigno alla base del Lugana DOC, è Turbiana, non più Trebbiano di Lugana, a partire dal 2011, come si ritrova nel disciplinare. Grazie ad alcune più recenti analisi, il professor Scienza afferma che il dna del Turbiana condivide con il Trebbiano di Soave e con il Verdicchio il 97% delle bande.

Il termine di questo lungo ed interessante excursus sul Lugana si può riassumere nella frase – che condividiamo – dell’ultima slide di Scienza: “Produrre un grande vino partendo dalle radici”. Proprio per questa ragione al termine della serata è intervenuto Gianpaolo Giacobbo, esperto e comunicatore del vino, per guidare il pubblico in una degustazione pensata proprio in linea con quanto spiegato dal professore poco prima. Si è cercato di percepire la territorialità in due tipologie diverse di Lugana DOC: I Frati e Brolettino, entrambe annate 2020.

I Frati, più fresco e verticale, fa emergere al meglio la mineralità e la sapidità tipica della zona più antica del Lugana, quella della Silva Lucana. Il Brolettino invece è reso più morbido da un passaggio in botte di rovere francese nuovo e poco tostato per circa otto mesi di permanenza. Il vitigno per entrambe le referenze è il Turbiana al 100%.

E’ stata una serata ricca di curiosità e novità sul Lugana, la nostra DOC locale, che ha avuto anche il merito di essere stata la prima DOC lombarda a nascere con un disciplinare riconosciuto nel 1967, quando ancora il vino era un prodotto essenzialmente venduto sfuso.

Se vuoi seguire il video della diretta e ascoltare la lezione del professor Scienza, clicca qui.

 

 

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