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Tag: Vino

L’arte del vino, il vino nell’arte

Un incontro davvero speciale quello avvenuto ormai quasi sei anni fa in cantina a Ca’ dei Frati. Un incontro di quelli fortuiti, dove, grazie al passaparola di un amico in comune, abbiamo avuto il piacere di incontrare Sandro Barbagallo. Già si pregustava qualcosa nell’aria, qualche progetto pianificato tra i denti, a bassa voce. E’ così che è nata la conferenza avvenuta il 18 marzo 2022 in cantina, riproducendo quel primo incontro del 2016 tra arte (nello storico dell’arte Sandro) e vino (nell’enologo Igino Dal Cero).

Il vino è capace di cose inimmaginabili: ad esempio, trovare qualche punto in comune con i più disparati rami della cultura. E facendo cultura fa relazione, fa da ponte. Un bicchiere di vino crea rapporti, a volte, come questo, davvero straordinari.

Sandro Barbagallo non è solo un semplice storico dell’arte, ma molto di più: è curatore del Reparto Collezioni Storiche dei Musei Vaticani e del Museo del Tesoro Lateranense, Perito d’Arte e Antiquariato del Tribunale Civile di Roma. Insomma, di arte se ne intende senza dubbio. Proprio quella sua perizia e capacità di leggere il dettaglio accomuna la visione che Ca’ dei Frati mette nel vino: la capacità di vedere in prospettiva in una storia che è più grande di noi.

La serata comincia da Heinrich Dressel, un nome poco noto ai non addetti ai lavori: fu lo studioso che per primo catalogò le diverse tipologie di anfore romane e tra queste quelle vinarie. Se i Romani non avessero iniziato a trasportare il vino, il mondo probabilmente sarebbe a dir poco differente da quello che conosciamo noi oggi. Ed è proprio dal ricco contenuto di queste anfore che nascono miti e leggende attorno al vino: esso è protagonista diretto o indiretto di tantissime storie con cui ci divertiamo a spiegare cose che sono fuori dalla nostra comprensione, perchè, come dice Sandro, il vino è vita: è erotismo e religione insieme, è salute e malattia allo stesso tempo, è felicità e tristezza.

I primi quadri che vengono selezionati arrivano dal Seicento e sono opere di grandi nomi: Mengs e Vermeer dove un calice di vino, nel primo caso, diventa l’espediente per sedurre, per rilassare la mente della donzella non abituata alle prime avance. Il vino come sostanza inibitrice dei freni è spesso presente nella mitologia greca dove un Giove seduttore escogita mille piani per attirare delle belle fanciulle umane, nonostante l’ira furibonda di Era che fa finire spesso in modo tragico queste storie.

La divinità è da sempre in qualche modo collegata al vino: prima di Giove, il dio Fufluns, senza dimenticare Bacco e Sileno rappresentati sempre con la mente rapita dall’alcool, con guanciotte rosse e spesso nudi, senza pudore e vergogna. “Dove c’è libertà potoria, c’è libertà nella vita e non sconvolge la nudità” afferma Sandro Barbagallo, mentre mostra una serie di Bacchi, partendo dal classico Bacco adolescente di Caravaggio, via via sempre più vecchi e sempre più discinti.

 

 

Infine un salto all’antico Testamento, dove nudità e vino sono presenti nella scena cardine di Noè ubriaco dopo il diluvio universale, dopo che comprese la potenza del frutto dai tanti chicchi. Nemmeno il testo sacro si sottrae alla centralità di questa bevanda nella cultura umana.

La portata dirompente di questo prodotto era ben chiara ai Romani che al vino e a Bacco avevano perfino dedicato due giornate all’anno, 16 e 17 marzo, chiamate Baccanalia. Solo in seguito, osservando comportamenti sempre più discinti e libertini, decisero con il Senatus consultum de Bacchanalibus di reprimere questi inni e lodi al vino, riportando la celebrazione in contesti meno smodati e più civili.

Il vino diventa allora un prodotto addomesticato, non solo perchè si comincia a coltivare la vite con metodi selezionati in base alla tipologia di suolo, ma anche perchè nasce un modello di comportamento da seguire che include il vino in diversi contesti sociali: dal medioevo si ha un vino per la gente, il vino delle taverne, ma si ha anche un vino per la religione, il vino della Chiesa.

Il vino allora diventa metafora del sangue di Cristo che, premuto nel torchio mistico, fa sgorgare dalle ferite della crocifissione un vino-sangue, simbolo della redenzione del peccati del mondo. Il prodotto della vite entra così a pieno titolo anche sulle mense dei monaci attraverso una fitta regolamentazione che non prevedeva eccedenze quasi per nessuno: solo i monaci implicati in qualche attività manuale potevano accedere ad un calice di vino in più. Il vino è a tutti gli effetti un cibo, nutriente e genuino.

Il frate quindi diventa il soggetto curioso da raffigurare in pittura creando attorno a sé il topos del frate-cantiniere che, avendo licenza di portare le chiavi della cantina, cede alla fine umanamente al desiderio e viene trovato ubriaco ai piedi di una botte di legno. O ancora il frate-sommelier che spina del vino nuovo e lo esamina con fare acuto ed esperto.

La storia di Ca’ dei Frati ci riconnette al Quattrocento, quando la tenuta era gestita dai frati Carmelitani Scalzi dell’ordine di Santa Maria de Senioribus. I pochi ettari che possedevano attorno alla tenuta erano coltivati a vite e dati a mezzadri perchè mettessero a produzione il vigneto. Il vino così ottenuto veniva utilizzato per la santa messa.

E’ difficile allora distinguere cosa sia arte e cosa sia vino: a volte arte è vino, come nei numerosi esempi scovati nella storia dell’arte dal professor Barbagallo; altre ancora il vino è arte, come nella grande passione, nel retaggio culturale e nella tecnologia di cui Ca’ dei Frati si fa portavoce.

 

L’ arte e il vino quindi restano due ambiti culturali estremamente interconnessi, non solo in tempi recenti, ma anche approfondendo nelle rispettive radici della loro storia. Spesso intrecciati e rincorsi a vicenda, si fatica a comprendere quale venga prima e da chi dipenda davvero l’altro. Alla fine infatti il vino si definisce come un’arte pura, se non altro in quell’aspetto che prevede una grande sensibilità da parte del vignaiolo nella realizzazione del suo prodotto finale, un prodotto che per quanto il processo di produzione sia standardizzato sarà sempre figlio di una sola mano e di una sola mente. L’arte è proprio questo: la capacità di realizzare qualcosa di già noto e conosciuto, ma in un modo che soltanto l’artista sa fare.

Tratto dalla tesi di laurea (2022) di Maria Chiara Dal Cero “Arte ed estetica del vino e dei suoi luoghi”.

Si ringrazia il Comune di Sirmione, nella figura del sindaco Luisa Lavelli, per aver gentilmente concesso il patrocinio per questa serata, Sandro Barbagallo per aver condotto magistralmente una lezione con un tema a noi davvero molto caro e la piccola e dolce Elisabetta, sua figlia, incredibilmente incantata e attenta per quasi due ore ad ascoltare il padre.

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Il professor Attilio Scienza in Ca’ dei Frati

Finalmente, dopo la lunga parentesi della pandemia, sono ripartiti gli eventi e anche Ca’ dei Frati ha organizzato un palinsesto di conferenze a tema vino che, attraverso approfondimenti tematici grazie all’unione di vari ambiti e materie, punta a far sì che il mondo vitivinicolo sia raggiungibile da tutti e sempre più comprensibile e di interesse.

Venerdì 18 febbraio 2022 ha aperto il ciclo di conferenze dell’anno il professor Attilio Scienza, un nome ben noto alla viticoltura. Docente all’Università Statale di Milano, si è specializzato nel miglioramento della qualità dei vini grazie a studi inerenti alla vigna e ai portainnesto; un ulteriore settore di suo interesse è la riscoperta di vitigni antichi: infatti si è occupato della vigna di Leonardo Da Vinci a Milano – un caso davvero unico di viticoltura urbana in centro città – e anche in modo molto specifico del nostro amato Turbiana.

Durante la lezione magistrale del professore è emerso che un grande punto di forza del nostro territorio è sicuramente il suolo: partendo dal Quaternario, si è parlato dell’origine glaciale del lago di Garda che influenzò la composizione chimica dei suoli circostanti. Da questo punto di vista per il territorio del Lugana si parla di due zone differenti: la prima, più pianeggiante, è composta da argille limose ed è il cuore più antico della denominazione, estendendosi proprio tra Rovizza e Lugana. La seconda invece è tipica delle colline verso San Martino, Pozzolengo e Lonato del Garda. In questo caso i suoli risultano più sabbiosi.

La storia del Lugana affonda le sue radici al tempo dei Romani, quando la Silva Lucana – il fitto bosco che ricopriva le zone che oggi rientrano nel disciplinare di produzione – cominciò a subire un lento disboscamento fino al Quattrocento quando i monaci intensificarono lo sfruttamento lasciando vaste aree bonificate per i terreni viticoli.

Dalla metà del Cinquecento il Turbiana inizia ad intrecciare la sua storia con quella del Verdicchio, un vitigno assai affine, ma differente. Probabilmente potevano condividere un’origine veneta: erano vitigni utilizzati per ripopolare le campagne a seguito di devastazioni causate da epidemie di peste.

Anche ai primi anni del Novecento i due vitigni venivano ancora un po’ confusi: il Turbiana era chiamato anche Trebbiano di Verona, il verdicchio invece erano soprannominato Trebbiano verde. Il nuovo nome, quello con cui viene attualmente identificato il vitigno alla base del Lugana DOC, è Turbiana, non più Trebbiano di Lugana, a partire dal 2011, come si ritrova nel disciplinare. Grazie ad alcune più recenti analisi, il professor Scienza afferma che il dna del Turbiana condivide con il Trebbiano di Soave e con il Verdicchio il 97% delle bande.

Il termine di questo lungo ed interessante excursus sul Lugana si può riassumere nella frase – che condividiamo – dell’ultima slide di Scienza: “Produrre un grande vino partendo dalle radici”. Proprio per questa ragione al termine della serata è intervenuto Gianpaolo Giacobbo, esperto e comunicatore del vino, per guidare il pubblico in una degustazione pensata proprio in linea con quanto spiegato dal professore poco prima. Si è cercato di percepire la territorialità in due tipologie diverse di Lugana DOC: I Frati e Brolettino, entrambe annate 2020.

I Frati, più fresco e verticale, fa emergere al meglio la mineralità e la sapidità tipica della zona più antica del Lugana, quella della Silva Lucana. Il Brolettino invece è reso più morbido da un passaggio in botte di rovere francese nuovo e poco tostato per circa otto mesi di permanenza. Il vitigno per entrambe le referenze è il Turbiana al 100%.

E’ stata una serata ricca di curiosità e novità sul Lugana, la nostra DOC locale, che ha avuto anche il merito di essere stata la prima DOC lombarda a nascere con un disciplinare riconosciuto nel 1967, quando ancora il vino era un prodotto essenzialmente venduto sfuso.

Se vuoi seguire il video della diretta e ascoltare la lezione del professor Scienza, clicca qui.

 

 

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L’Amarone della Valpolicella: un vino che nasce a gennaio

Il periodo della vendemmia è ormai molto lontano: settembre, con le sue tinte verdi quasi gialle ci regala l’emozione della raccolta, delle api attratte dal dolce mosto nato dalla pigiatura, dei canti popolari sotto il sole e delle mani grinzose che regalano le ultime carezze ai grappoli. In gennaio pare un lontano ricordo ormai, ma l’Amarone è in grado di rievocare ancora le medesime emozioni con la sua pigiatura “in ritardo”.

A metà gennaio infatti la nostra attenzione è rivolta alla Valpolicella quando le uve tenute in fruttaio sono pronte per essere pigiate e otteniamo così un mosto dolcissimo e scuro, derivato dalla nota e celebre Corvina.

Ma andiamo con ordine e scopriamo un viaggio lungo e ricco di passione tra uomo e natura.

Le uve per la produzione dell’Amarone vengono raccolte verso la metà di ottobre, quando la maturazione è già avanzata. Si tratta infatti di uve rosse che necessitano di molto calore e di molta luce per maturare al meglio e la Valpolicella è una terra in grado di fornire tutto questo nel migliore dei modi. I vitigni che vengono coltivati per l’Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero sono la Corvina, uva principe dell’Amarone, il Corvinone, la Rondinella e la Croatina, tutte uve permesse dal disciplinare di produzione. Già con una spensierata passeggiata in vigna verso fine settembre si può gustare un’uva ricca di dolcezza, dal grappolo ricco, forte e compatto che allude alla forza che sarà in grado di donare dopo parecchi anni nel bicchiere. Queste uve inoltre nascono su un terreno molto particolare: la marna, una roccia sedimentaria che contiene una parte di argilla in grado di rinfrescare il calice e portare grande struttura al vino.

La vendemmia avviene verso la fine del periodo ad essa normalmente dedicato, quando le uve sono ormai ben mature dopo essere state baciate svariati giorni dai raggi del sole. E’ questo che le trasforma: da verdi maturano e crescono a vista d’occhio, sempre più timide, arrossiscono a tal punto da diventare di un rosso scuro, quasi nero. E’ solo allora che il vignaiolo inizia la sua raccolta svolta rigorosamente a mano.

Nel caso di Ca’ dei Frati, le uve vengono colte dalla pianta dalle amorevoli “balie dell’Amarone”: le mani calde e maestre di un gruppo di donne venete regalano gli ultimi abbracci a questi grappoli pronti a dare il meglio in cantina. Lo sguardo vigile femminile sceglie in vigna quali grappoli raccogliere: i più belli, i più formosi, i più maturi. Le uve poi non subiscono immediatamente il processo di pigiatura per estrarre il dolce nettare, ma vengono lasciate riposare per qualche mese in un grande ed accogliente fruttaio, da ottobre fino alla metà di gennaio.

In questo lungo sonno i grappoli si rilassano, perdono acqua e concentrano la loro parte zuccherina, si raggrinziscono, maturano col tempo e forse diventano un po’ più saggi, motivo per cui l’Amarone è un vino da meditazione. I venti della zona, provenienti dal parco boschivo della Lessinia, favoriscono questo processo di naturale disidratazione con il loro flusso, entrando ed uscendo dal fruttaio, dando il buongiorno e augurando buona notte alle nostre uve. Lo sguardo costante e attento dell’agronomo permette loro di abbassare le difese e di darsi totalmente a madre natura.

E poi arriva ogni anno sempre puntuale gennaio. Un mese freddo, il mese della ripresa delle attività dopo le feste, il mese in cui il produttore si ricorda di quei dolci grappoli scuri raccolti a ottobre, lasciati in Valpolicella a svolgere il loro corso. Il fruttaio è allora una gioielleria di piccoli zirconi scuri incastonati attorno ad un raspo magro che ha terminato da tempo la sua funzione. Inizia così la pigiatura di questa uva fragile e rara: durante il suo lungo sonno la parte zuccherina si è concentrata sempre di più, perdendo una grande percentuale di acqua contenuta originariamente nei turgidi acini. Una vera e propria disidratazione. Una volta ottenuto così il mosto questo viene trasformato in vino grazie all’azione dei lieviti che con il loro chiacchiericcio portano a fermentazione il nettare bacchico. La vera magia sta proprio in questa trasformazione: il mosto diventa vino e lo zucchero concentratosi nell’uva lasciata appassire viene svolto in alcool, donando struttura e consistenza al vino.

Ma non è finita qui la storia del nostro Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG. Per parlare al meglio di sé l’Amarone richiede ancora qualche anno di permanenza in cantina per imparare l’abc e diventare un vero adult0. Quindi si accinge ad intraprendere un viaggio formativo di almeno due anni, diciamo un bel Grand Tour, in legno francese, in ruvide barrique di rovere nuovo che restano in Valpolicella durante tutto il periodo. Infine il suo percorso termina in una nuova culla: la bottiglia, in vetro, resistente, scura e robusta per contenere amorevolmente negli anni il vino. E’ qui che sviluppa il suo vero carattere. Nel caso di Ca’ dei Frati, il vino viene lasciato in bottiglia per almeno tre anni o anche più: questo periodo di riposo smusserà i tannini astringenti della Corvina, regalerà ricche note al naso e al palato e una maggiore struttura: sarà una vera sorpresa stappare una di queste bottiglie!

I frutti del viaggio che l’Amarone compie dal grappolo al vino fino alla bottiglia è lungo ed impegnativo, a tratti tortuoso e spesso molto delicato. Sono bottiglie che chiedono un grande rispetto e che sanno donare e raccontarsi molto nel bicchiere: hanno una storia da narrare, un luogo, una terra, una passione, tutto nell’avvolgente e setosa carezza di un sorso di vino.

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Lessico enologico-poetico per il vino delle feste. Una guida a cosa, con che cosa (e con chi) bere.

Siamo ormai nel mood delle festività del 2021: i locali si stanno riscaldando di lucine di ogni colore per rendere più intima l’atmosfera, i negozi addobbano le vetrine con palline e alberi di Natale e si comincia a sentire il bisogno di buoni abbinamenti tra cibo e vino, si pensa al menù da condividere in famiglia o tra amici per alcune giornate spensierate che già stiamo immaginando e pregustando. È la magia del Natale. 

Il vino è emozione pura ed è davvero naturale, soprattutto nel nostro Paese, dove la tradizione enologica è di lunga data, che si senta la necessità di addobbare la tavola con il cibo principale, ovvero la bottiglia. O in taluni casi, le bottiglie. 

L’accostamento di gusti tra i cibi preparati e serviti con cura e amore dalle mani delle nonne o di qualche cuoco o cuoca provetti, e l’accompagnamento gustativo del vino è il passpartout per la porta dei ricordi e delle nostre emozioni più intime, più remote. 

Diventa allora fondamentale trovare il nettare giusto, quello che non solo sia in grado di esaltare i piatti, frutto di tanta fatica e di ore ai fornelli, ma che dia origine e crei sensazioni positive, dolci e amabili, quello che ci fa percepire una carezza sulla pelle, che ricorda un caloroso abbraccio, un caminetto acceso mentre fuori nevica, quello che sia in grado di racchiudere perfettamente quell’incontro festivo in una cornice da appendere nella nostra galleria di vissuti memorabili. 

Quale potenza ha quindi il vino! Ma il produttore, che lo prepara già dall’anno precedente, conosce bene le sue capacità e cerca di farle emergere al meglio fin dalla cantina e poi in bottiglia e nel bicchiere. 

Passiamo quindi al nostro “Lessico enologico-poetico”, in cui ogni nostra tipologia di vino sarà raccontata attraverso la lente del dolce sentire emotivo, un abbinamento culinario e un consiglio sulla condivisione di uno dei momenti più belli della vita: la degustazione. 

LUGANA I FRATI DOC 

Spontaneo, indomito ed instancabile. 

È un vino fresco in bocca e profumatissimo al naso. Ci riporta ai ricordi dell’estate,  ai vissuti insieme da riportare alla memoria, all’aperitivo a bordo piscina con gli amici o quello vista lago con il proprio partner in una calda giornata di sole con una lieve brezza che scompiglia i capelli. È il vino che rinfresca il palato, toglie i cattivi pensieri e resetta, riparte da zero. È lungimirante e razionale. L’oliva dell’aperitivo o una pizzetta al pomodoro esaltano le sue caratteristiche, ma anche con un’insalata con la feta, con una pasta al pomodoro fresco e con un pollo magro alla griglia con un velo di timo saranno ottimi compagni gastronomici. 

BROLETTINO LUGANA DOC 

Rispettabile, vellutato e fiero. 

In una cena tra parenti diventa un dono apprezzato e azzeccato. La barrique di rovere francese nuovo sa donare una texture vellutata al nostro Turbiana, che si veste qui alla maniera settecentesca con gorgiera, gioielli e monocolo. È un nobile signore, fiero ed elegante della sua posizione. Si sposa con un piatto di carni bianche o pesce leggero gratinato conditi con un olio extravergine Casaliva dal lago di Garda, con cui condivide il  meteo, il terreno, l’argilla e le radici. 

PRATTO

Spensierato, tenero e melodioso.

Ideale per conquistare un nuovo posto di lavoro, un nuovo amico o un partner. Sapientemente dolce, si abbina perfettamente a piatti speziati, a condimenti gustosi, intingoli delle feste e fa l’occhiolino compiaciuto ad una cucina dai sapori orientali. 

Un risotto mantecato al Grana Padano è in assoluto lo sposalizio più duraturo nella lettura astrologica del suo avvenire. Si lascia amare, si lascia desiderare. Sorso dopo sorso. 

ROSA DEI FRATI 

Seducente, vezzoso e leggiadro. 

Petali di rosa, fiori di pesco e ibisco formano il bouquet ideale per il matrimonio di questa sposa con il signor risotto alla barbabietola, con gamberi ed un tocco di burrata. 

È un vino che ricorda l’archetipo femminile, tenace e materno, ma che sa essere anche seducente ed accondiscendente sia al naso che al palato. 

Accompagna, senza essere invadente, discorsi, confessioni e confidenze. Si svela un poco alla volta, senza palesarsi fortemente, senza imporsi, senza prevaricare. È il vino di chi, quando è assente, fa sentire la sua mancanza. 

RONCHEDONE

Sovversivo, passionale e ardente. 

È rock puro: presente, attuale e contemporaneo. Tutta la sanguigna tempra del Sangiovese emerge con grande chiarezza e pulizia e la fluida voluttà del Marzemino aggiunge una nota in più. A placare questi animi ribelli un 10% di Cabernet. Una vera e propria rock band!

Per far suonare davvero questo nettare occorre: una buona griglia, una fiorentina di qualità di media cottura e una spolverata di tartufo in chiusura. Senza dimenticare un buon trio di amici. 

AMARONE DELLA VALPOLICELLA PIETRO DAL CERO DOCG

Baldo, intrepido e galante. 

La crescita in Valpolicella con vista sulla Lessinia rievoca in lui lo spirito del bosco, la vivacità del sottobosco ed il coraggio dei venti che si infrangono impetuosi, gli stessi che fanno appassire le sue uve. È un dandy, dal cappellino rovesciato e dalla giacca in seta damascata. Inutile per lui il bastone da passeggio: sa reggersi benissimo in piedi da solo. 

Accompagna, ma non vuole essere accompagnato. Ama i classici: spiedo con polenta, selvaggina, formaggi stagionati. Ma ama anche osare con un flan al cioccolato fondente  Ecuador 90% ed un morbido ripieno caldo ai piccoli frutti rossi. 

Ama la solitudine, l’introspezione o la compagnia di pochi scelti. 

CUVEE DEI FRATI

Vivace, arguto e spiritoso. 

Quando inizia a raccontarsi è un fiume in piena: ogni bollicina porta a galla un particolare di un racconto ricco e curioso. Sa scherzare, sa prendersi in giro fingendosi uno Champagne, ma sa anche prendersi sul serio con tutta la responsabilità che si porta dentro dopo tanti anni trascorsi in cantina. 

Resta però sempre canterino, accogliente ed accomodante: riesce a sostenere ed esaltare tanti sapori diversi in momenti differenti della giornata o del pasto. Dà il benvenuto con un piacevole aperitivo, richiama all’ordine e alla pulizia la bocca dopo un piatto di formaggi, aggiunge virtù ad una pasta con verdure croccanti. 

Chiede sempre di essere condiviso spiritualmente o gastronomicamente. 

CUVEE ROSE’

Accomodante, compiacente e cortese.

È una timida principessa che arrossisce al primo sguardo, è una cipria spolverata delicatamente sulle bianche gote di un viso, sono le lentiggini su un naso alla francese. 

È pura gioventù, fresca, fruttata e un po’ Pop. 

Dal fondo del bicchiere dona al palato una vera e propria collana di perle rosate, le più rare. Il suo colore infatti chiede timidamente di essere al centro dell’attenzione di tutti i sensi: vista, olfatto e gusto. Non è particolarmente esigente nello stringere amicizie: una caprese, paste dai sughi delicati e carni bianche leggermente condite offrono lo spunto per una simpatia duratura tra i vari elementi. 

Da condividere con chi vuoi, per un momento di relax e spensieratezza. 

TRE FILER 

Carezzevole, garbato e invitante.

Miele d’acacia, torta di mele della nonna, vaniglia Bourbon, canditi e biscotti. Tutto il mondo della pasticceria selezionato e raccolto in un bicchiere. Dona gioia senza chiedere nulla in cambio. È il Natale di tutti i sensi: ognuno scarta il suo pacchetto e trova un dolce da annusare e gustare. È la chiusura elegante e calorosa di un arrivederci al prossimo anno, alla prossima festa, alla prossima rimpatriata famigliare. È l’oro della festa con la sua capacità di risplendere cristallino nei bicchieri, con l’attitudine innata di lasciare un buon ricordo in bocca. 

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Qualche abbinamento estivo ideale per agosto

In occasione dell’evento speciale tenutosi in cantina Ca’ dei Frati a Ferragosto che prevedeva una visita in cantina a tutta la filiera, completa di zona di pigiatura ancora chiusa al pubblico, e degustazione con alcuni finger food realizzati dallo chef e pasticcere Manuel Pedrali del bistrot La Fenice, abbiamo pensato ad alcuni abbinamenti ideali e perfetti per agosto con i nostri vini.

Cominciamo da una millefoglie in crosta di pane in cassetta con petto d’oca affumicato e aceto balsamico di Modena. Si tratta di un piatto con tendenza dolce data sia dal pane sia dalla carne, la quale è ricca di proteine e dona grassezza alla bocca. Per questo motivo abbiamo abbinato tale pietanza al nostro Cuvèe dei Frati, spumante a base di Turbiana, il nostro vitigno autoctono, ed un 10% di Chardonnay, sboccatura 2021. La bollicina fine ed elegante, nata da almeno ventiquattro mesi sui lieviti, ha la capacità di ripulire il palato. Al naso invece i sentori di fieno, lievito e fragranza ci rimandano alla millefoglie di pane del finger food. 

Proseguiamo poi con l’abbinamento principe, ovvero con il nostro Lugana I Frati 2020. Si tratta di un vino dalla spiccata acidità e mineralità che ricava dalla terra su cui si impiantano le vigne di Turbiana; una terra argillosa e sabbiosa, derivata dall’origine glaciale del lago di Garda. I nostri vigneti infatti nascono per un raggio di massimo venti chilometri attorno all’azienda, dunque sempre molto soggetti all’influenza del lago durante la loro crescita e maturazione. Ma torniamo al nostro abbinamento. Una tartelletta di salmone affumicato ed avocado è risultata perfetta con il nostro Lugana. Salmone e avocado sono cibi che hanno infatti entrambi una spiccata tendenza dolce e grassezza, che genera grande pastosità nella cavità orale. Non c’è niente di meglio per bilanciare queste parti di un vino dalla forte acidità e sapidità per creare un abbinamento perfetto per contrapposizione. 

Infine per chiudere la triade salata abbiamo abbinato il Pratto, il nostro blend di Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc, con due vitigni internazionali che hanno una resa nel bicchiere davvero particolare crescendo e maturando sul lago di Garda. 

L’abbinamento scelto è stato con una tartelletta al pepe nero con Culaccia leggermente stagionata e melone. Si tratta in questo caso di un frutto dolciastro, il melone, e l’affettato con tendenza dolce e grassezza. Si sono sposati perfettamente con le leggere note dolci del Pratto e con la sua freschezza e mineralità ricavata dal Turbiana. Il tocco un po’ speziato dato dal pepe nero è stato magnificamente bilanciato dalla persistenza aromatica intensa trovata nel bicchiere. I sentori tipici di questo vino sono quelli della frutta esotica e della frutta matura, congeniali all’abbinamento con il melone.

Concludendo la degustazione, ecco il passito Tre Filer, a base di uve appassite, con una concentrazione zuccherina molto accentuata. Si tratta di un vino che unisce le caratteristiche del nostro Turbiana, con lo Chardonnay ed il Sauvignon Blanc, tutte vendemmie tardive. Il nostro pasticcere Manuel ha creato appositamente una malaga di Tre Filer, un pasticcino dal delicato tetto di zucchero a velo realizzato a strati con cremoso al Tre Filer e uvetta cotta nello stesso vino. Un abbinamento molto gradevole, in questo caso rispettando l’analogia delle caratteristiche del cibo e del vino.

La ricerca dell’abbinamento perfetto permette di esaltare sia il vino nel calice sia gli ingredienti nel piatto, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro. 

Finger food realizzati da Manuel Pedrali per la pasticceria e bistrot La Fenice sul lago di Garda, in via Verona 69/71 a Lugana di Sirmione.

 

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