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Tag: Vino

Formaggi dal mondo e vini: note per un pairing perfetto

Formaggi e vini: quale abbinamento più goloso ed enogastronomicamente perfetto? Dopo la serata avvenuta a settembre in cui ci siamo focalizzati sull’abbinamento tra formaggi e vini in cantina con una serie di numerosi assaggi, traiamo qui le somme e vi proponiamo alcuni abbinamenti gustosi e geniali con i nostri vini.

Innanzitutto c’è da distinguere due tipologie di abbinamenti: quelli per assonanza, in cui il grasso del formaggio si sposa alla dolcezza e alle morbidezze del vino, e quelli per dissonanza, dove un formaggio più amaro, ad esempio, viene smussato dall’alcolicità del vino. Nel primo caso le due referenze abbinate vanno “d’amore e d’accordo”, nel secondo caso invece si bilanciano, sono tra loro complementari. In linea di massima infatti è necessario che i due protagonisti dell’abbinamento non si sovrastino a vicenda: nessuno deve uscire totalmente vincitore al palato. Quando il pairing risulta perfetto lo si percepisce perchè tocca e fa esplodere le emozioni giuste, facendo emergere entrambe le espressioni alimentari.

Durante la degustazione del formaggio inoltre si usano le mani: il formaggio va spezzato e osservato: come sono le sue occhiature? Come è il suo colore? Ma soprattutto si analizza il sottocrosta, il cui colore è forse ancora più importante della crosta stessa. Per questa ragione quando si abbina il formaggio al vino si forniscono pezzi di formaggio sempre muniti di crosta. Il formaggio poi si annusa per qualche istante, poi lo si porta alla bocca (tralasciando la crosta, ma non sempre! Dipende dalla tipologia di formaggio) e solo a questo punto, si beve un sorso di vino per provarne l’abbinamento. Si consiglia inoltre di fare una breve analisi sensoriale del vino in precedenza, osservando colore, persistenza e bouquet al naso e infine caratteristiche al palato e resto-olfattive dopo aver deglutito.

Di seguito quindi potrai prendere spunto per le prossime tue cene famigliari e in compagnia di amici per esaltare al meglio il prodotto morbido e gustoso del latte abbinato al nostro nettare bacchico.

COMTE’ AOP

Consigliato con l’Amarone della Valpolicella DOCG Pietro Dal Cero. Si tratta di un formaggio proveniente dalla Francia, con oltre 24 mesi di stagionatura. Sebbene con l’Amarone il tipico abbinamento sia con il Monteveronese stravecchio di malga, in questo caso ci lanciamo in un abbinamento davvero originale e saporito. 

Di questo formaggio se ne producono forme piuttosto grosse e lo si può trovare in tante e diverse stagionature perchè va abbinato a cibi diversi di solito appartenenti alla tradizione francese. Proprio per questa ragione il sottococrosta ha tante e diverse sfumature, al tatto pare perfino seta: questo è proprio il suo valore, la sua caratteristica. In bocca ha un finale molto vegetale, quasi ricorda il minestrone o la vellutata di verdure, ma anche il porcino e il caramello. Ed è proprio con queste particolari note che si può avvicinare senza troppa timidezza ad un Amarone anche un po’ maturo, come il nostro 2011. Il loro abbraccio infatti fa percepire sensazioni fumè, in seguito speziate, anche che guardano all’oriente, e anche una leggera percezione di zenzero. 

OTTO PETALI

Consigliato con il nostro Brolettino per la pienezza e la rotondità, la persistenza e il bouquet intenso che presenta il formaggio. Il suo tipico sentore è quello della mela che risalta in questo abbinamento: il Brolettino infatti, trattandosi di un 100% Turbiana, ha tra i suoi sentori più caratteristici quello della mela appena tagliata, fragrante. La forte intensità aromatica tra i due elementi permette loro di equilibrarsi alla perfezione.

L’Otto Petali che abbiamo scelto viene dal caseificio Koch da Gonten, Appenzeller, in Svizzera, che è una zona tipica di formaggi amari e dalle grosse dimensioni. Ha alle spalle almeno 40-50 giorni di stagionatura poi la forma viene immersa in ben otto tipi diversi di fiori e corolle: il formaggio e i petali restano così sigillati insieme per almeno 2 o 3 mesi. Sulla crosta del nostro formaggio alla fine si trovano proprio i medesimi petali di fiori perchè durante la sua realizzazione viene posto in contenitori con adatti a contenere poco ossigeno, il formaggio quindi si allarga e assorbe l’olio essenziale rilasciato dai fiori durante questo lungo periodo. La forma viene poi asciugata e messa in vendita. I petali depositatisi sulla crosta donano al naso sentori di fiori, spezie, anche di sesamo, inoltre tipiche sensazioni vegetali e di glutammato (più noto come umami).

CRABEI 

Consigliato con La Rosa dei Frati per la sua grande sapidità, salinità e tanta frutta rossa. In questo caso si tratta di un abbinamento complementare di aromi che stanno bene insieme, arricchendosi vicendevolmente. 

Il Crabei che abbiamo scelto proviene dal caseificio Picciau, in Sardegna, nella zona di Cagliari dove usano il latte di pecore e capre per fonderne poi insieme il latte. È stato nel 2012 perfino il miglior formaggio al mondo: se ti capita di trovarlo quindi vale assolutamente una degustazione! Per realizzare questo formaggio si utilizza il latte delle tipiche pecore sarde, caratterizzate da un pelo molto lungo. Tuttavia la regola vuole che durante l’inverno il Crabei sia realizzato con il solo latte di pecora, durante l’estate invece vada aggiunto un 15% di latte di capra, il cui tipico sentore è quello di yogurt. Il latte di pecora, in particolare, ha tanti grassi concentrati, ed è sotto solo alla bufala, regalando così un colore particolare al latte e al formaggio.

Il Crabei è considerato un formaggio speziato: si sente molto bene all’assaggio il pepe nero e il mirto. Con un calice di Rosa dei Frati andiamo ad infittire queste percezioni di frutti di bosco e sottobosco in un’unione perfetta.

PECORINO FRESCO

Consigliato con il Lugana I Frati perchè si abbinano e si mettono a confronto due prodotti iconici di due territori autentici. Inoltre si tratta di un abbinamento “rispettoso” nel nostro caso, perchè esalta di più il vino Lugana che è tipico delle nostre zone, sostenendolo in struttura e limando la perfezione dell’alcool.

Il pecorino fresco che abbiamo scelto arriva dalla società agricola Cau & Spada da Sassocorvaro Auditore (PU) nelle Marche, un luogo che dal 1970 ha pascoli davvero molto importanti e riconosciuti. Dal formaggio, grazie a questa specifica territoriale, emergono sia dolcezza sia una percezione molto floreale perchè il territorio dei pascoli è ricco di fiori e piccoli frutti. E’ incredibile come già al naso si possa percepire il profumo del campo e delle campagne da dove proviene. Entra timido e si fa largo piano in bocca: questa caratteristica si sposta in modo eccellente con le note sapide e fresche del Turbiana. Tipica del formaggio è inoltre la dolcezza, cui segue una marcata sapidità, che poi esplode in una percezione di miele millefiori e miele di ailanto, banana e agrumi esotici, cui fanno da controparte le note fruttate e floreale di mela verde, pera e gelsomino del Lugana I Frati.

BARON BIGOD

Con questo formaggio consigliamo il Pratto perchè ha un equilibrio perfetto grazie alla sua frutta esotica e matura derivata da una vendemmia tardiva di Turbiana, unitamente al blend di Chardonnay e Sauvignon Blanc.

Più che un di formaggio in questo caso dobbiamo parlare di crema. Il nome è fuorviante: ha un nome francese, ma la sua provenienza è inglese. Quello che abbiamo scelto è di Wales & Central Scotland dalla Fen Farm Dairy, a Bungay, Suffolk nel Regno Unito. Le vacche con cui è prodotto sono francesi e producono davvero poco latte, ma ricco di grassi che quasi può essere paragonato a una crema Chantilly di pasticceria, non solo per la sua cremosi, ma anche per il colore giallo molto intenso.

È proprio una carezza per il palato, pur con una leggerissima nota amaricante. I sentori tipici sono quelli che riguardano la sfera dell’erbaceo e dell’agrumato (soprattutto si sente la scorza di arancia) che vengono bilanciati dalla percezione di frutta esotica matura del Pratto.

CLACBITOU 

Consigliato con il Cuvèe Rosè dei Frati perchè la spezia del Groppello si sposa perfettamente alle note dolci di questo formaggio.

In questo abbinamento andiamo a avvalorare il contrasto tra l’acidità tipica del Metodo Classico e delle sottili bollicine del vino e la dolcezza proveniente da questo formaggio. Il Clacbitou La Racotière viene da Genelard, in Borgogna. E’ un formaggio talmente locale che perfino il suo nome è una parola dialettale del luogo, quasi a farsi marca distintiva. Di norma ha circa 30 giorni di stagionatura nei quali sviluppa un aroma tipico: il ribes rosso e piccoli frutti rossi sono caratteristici del suo bouquet al naso.

In questo caso in fase di produzione viene aggiunta della panna all’impasto del formaggio per dare più cremosità. Sono formaggi di forma piccola con una muffa bianca molto burrosa sulla crosta, anche questa caratteristica del luogo. Si aggiunga anche un’altro parametro tipico di questo formaggio: è la proteolisi del sottocrosta, ovvero molecole più piccole che compongono il formaggio, si uniscono tra loro dando forma a consistenze incredibilmente cremose.

In questo abbinamento la bollicina fine e sottile dello Spumante è in grado di ripulire il palato dopo l’esperienza della cremosità e morbidezza del formaggio, in un connubio perfetto e funzionale.

CACIOTTA CAMMARATA

La Caciotta di Luca Cammarata trova perfette condizioni in abbinamento al nostro Cuvèe dei Frati Spumante Metodo Classico.

Si tratta di un formaggio che proviene da San Cataldo, dal centro della Sicilia dove si incontrano zone aride e povere, in cui la pastorizia è ancora molto attiva e è rimasta integra da tempi immemori. Le capre, che vengono fatte pascolare e da cui si ricava il latte per questa eccellenza, sono di razza maltese, con le tipiche orecchie nere lunghe e basse. Il latte che regalano è dolcissimo, molto grasso e risente moltissimo dell’alimentazione dell’animale. Il formaggio quindi avrà note acidule, lattiche, vegetali (come il sentore di fieno) e anche di brodo leggero. Il Cuvèe dei Frati è in grado di ripulire il palato dal grasso di questo formaggio apportando però sentori molto affini quali quello del fieno, del lievitato, di biscotto e di pane.

ROBIOLA DI CAPRA

L’abbinamento che consigliamo è con il Cuvèe dei Frati Dosaggio Zero, perchè con la sua bollicina setosa crea una percezione cremosa al palato molto piacevole durante la degustazione. La Robiola che abbiamo selezionato è prodotta dal latte delle capre girgentane la cui caratteristica è quella di produrre pochissimo latte. L’azienda di cui abbiamo apprezzato l’eccellenza è l’Azienda Agricola Montalbo, situata ad Agrigento.

I sentori che emergono prepotentemente da questo abbinamento in perfetto equilibrio sono: agrumi (tipici di Sicilia), le noci e la frutta secca in generale, con note anche di frutta tostata.

GRANA PADANO

Non poteva mancare nella nostra selezione, abbinato divinamente al nostro Ronchedone.

Per provare questo semplice ma incredibile abbinamento consigliamo di fare delle scaglie di formaggio piuttosto sottili così da lasciare che si sciolga facilmente sulla lingua mentre beviamo un sorso di Ronchedone e ne testiamo la finezza. Il formaggio che abbiamo scelto ha trentasei mesi di stagionatura, Grana Padano Biologico solo fieno da San Pietro, a Brescia. Alla vista è marmoreo a causa degli amminoacidi che creano dei piccoli pois, segno che il latte è di altissima qualità. Le vacche da cui si ricava sono soprattutto le classiche pezzate rosse e anche qualche bruna alpina (la cosiddetta “regina del latte”) con le frisone.

E’ un formaggio molto secco, già nella percezione che se ne ha nelle mani. Il vino però ha una grande morbidezza, un corpo ben strutturato e un intensità elevata ed è quindi capace di apportare quando manca al formaggio. Dal punto di vista aromatico il Marzemino ci porta alla memoria note di piccoli frutti rossi, con una parte minerale caratteristica delle zone del basso lago. Il Sangiovese invece porta tannino e il Cabernet un’elegante sensazione erbacea. Tutti e tre questi vitigni sanno legarsi perfettamente al Grana Padano che, proprio grazie alla sua avanzata stagionatura, richiede vini strutturati cui essere abbinato.

GRUYERE ALPAGE VOUNETZ RESERVE 2019

L’abbinamento che questo formaggio richiede è con il nostro passito Tre Filer, dove la sapidità del Turbiana e la dolcezza dell’uva surmatura si trovano in un perfetto connubio con questo formaggio svizzero.

Il Tre Filer infatti è un vino passito intenso, ma con una dolcezza molto delicata e assolutamente non stucchevole che rimanda sensazioni di frutta esotica, anche ben matura, in particolare albicocca, mango e banana. Il formaggio, dal canto suo, ha le note caratteristiche al naso di rosa, ananas, agrumi ed erbe aromatiche, contribuendo a quanto già percepito nel vino.

Si tratta di un formaggio compatto e gessoso, molto grasso. E’ da qui che emergono sentori di frutta esotica, soprattutto dopo qualche anno di stagionatura.

Speriamo di averti fatto incuriosire con questi abbinamenti speciali e di averti fatto scoprire nuove eccellenze italiane e non che ben si sposano con le nostre referenze.

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La vendemmia nella Lugana di Ca’ dei Frati

Il momento della raccolta dell’uva è sempre stato per l’uomo fonte di grande soddisfazione e gioia, ne sono traccia reperti ritrovati in alcune tombe degli antichi egizi, il primo popolo a scoprire e utilizzare il prodotto della fermentazione dell’uva. A quel tempo non esisteva una viticoltura come la conosciamo noi oggi, le vigne crescevano spontaneamente “maritandosi” cioè aggrappandosi agli alberi che crescevano nelle vicinanze. È facile immaginare, quindi, come i grappoli dolci, turgidi e succosi, fossero recepiti dagli uomini di quell’epoca come doni per i quali essere grati alla Natura e agli dei. Nel corso del tempo l’uomo è stato capace di addomesticare le vigne, costruendo per loro tralicci e palizzamenti ai quali queste intelligenti e prolifiche rampicanti potessero reggersi. Sono molti gli affreschi di epoca romana che li raffigurano in momenti di vendemmia, feste dedicate a Bacco e ricchi banchetti in cui vino e uva sono sempre presenti. Anche nel territorio di Lugana sono state ritrovate tracce di viticoltura risalenti a quest’epoca. 

Oggi come allora la vendemmia è il momento più importante per chi produce vino, un momento preparato e atteso nel corso di molti mesi, a cominciare dalla potatura invernale delle piante, perché la maturazione dell’uva è il risultato di un’attenzione costante nel corso del tempo. Come tutte le piante anche la vigna per vivere bene e dare i suoi frutti ha bisogno di acqua, luce e sostanze nutritive. Se manca uno di questi tre elementi la pianta blocca la sua crescita e rinuncia a portare a maturazione i grappoli, per riuscire a mantenere il proprio equilibrio e la propria sanità. Un grappolo che giunge a maturazione perfetta ha potuto godere di acqua, di sali minerali e della giusta luce, permettendo alla pianta di realizzare una fotosintesi efficace e di concentrare nei suoi frutti zuccheri, acidi, sali e molte altre sostanze nutritive. 

Così è anche per la turbiana, la varietà regina del territorio morenico di Lugana, originato dall’andirivieni delle grandi glaciazioni che hanno sconvolto, congelato e poi disciolto le acque del lago di Garda, determinando col passare dei millenni, il mescolamento di materiali e di detriti fossili ed il loro sbriciolamento in particelle finissime, che hanno poi formato l’argilla di sedimentazione, ricchissima di calcare attivo, che caratterizza questo territorio. La turbiana ha un grappolo piuttosto piccolo e fitto che anche in piena maturazione mantiene un bagliore verde sulla buccia dorata degli acini. Per sua natura è un vitigno con rese piuttosto basse ed il sistema di allevamento prediletto è il guyot.

Profumi di agrume, mandorla, fiori bianchi ed erbette aromatiche: sono questi i sentori tipici del trebbiano di Lugana. Nel vino li ritroviamo con facilità, insieme ad una grande freschezza ed una sapidità molto gustosa che fa salivare a lungo. Il microclima di cui godono le vigne è molto particolare perché beneficia dell’aria fresca che discende dalle montagne del Trentino e allo stesso tempo è sempre mitigato dalla presenza temperante del lago di Garda. Ma ci sono delle differenze tra zona e zona. Questo è il motivo per il quale Igino Dal Cero in Cà dei Frati vinifica separatamente le parcelle che compongono i vigneti aziendali. Le differenze presenti tra terreni più limosi e terreni più sabbiosi e ricchi di scheletro, unita alle diverse esposizioni, dona infatti alla turbiana delle sfumature aromatiche diverse. I terreni ricchi di limo compatto tendono a far emergere sensazioni più agrumate e fresche, mentre nei terreni più ricchi di scheletro si apprezzano note più calde e ricordi di frutta esotica. Racconta proprio Igino: “Vinificare le parcelle separatamente vuol dire esprimere il meglio di ogni appezzamento esaltando le tante sfaccettature della turbiana che, una volta assemblate, vanno a creare un vino complesso sia nella struttura che negli aromi varietali”. Sfaccettature che emergono in modo evidente nei due Lugana prodotti dall’azienda.

Il Lugana “I Frati”, vinificato solo in acciaio, è diretto e fresco, con piacevoli sentori di piccoli fiori e mandorla ed un sorso salino e succoso che si allunga su ricordi balsamici di mentuccia. 

Brolettino è invece un Lugana ottenuto da uve maturate più a lungo sulla pianta e questa maggior maturità si esprime nel vino in sentori di polpa gialla di pesca e mela golden, in un palato dall’avvolgente sapidità in cui si fanno spazio profumi suadenti di spezia dolce che rivelano l’affinamento in barrique di questo vino.

Se vuoi assaggiare queste referenze e fare esperienza anche da casa del territorio che questi vini freschi e minerali portano con sé, puoi trovarli nel nostro shop ufficiale qui: www.caffetteriapasticcerialafenice-onlineshop.it.

 

Scritto da Corinna Gianesini

Sommelier – Comunicatrice del Vino

Curatrice guida Slow Wine per il Veneto

 

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Fresco, ghiacciato o temperatura ambiente?

E’ estate e tanto si discute sulle temperature di servizio più corrette per servire il vino ad amici e parenti in occasioni speciali, spesso temendo la lamentela del “sommelier” tra gli invitati che commenta il vino sul tavolo lamentando il grado di servizio.

Alla fine, si pensa, è proprio quel grado in più o in meno che fa la differenza? In parte sì, perché è proprio la temperatura di servizio che incide sulla degustazione, sulla percezione delle morbidezze e delle durezze del vino, in particolare di quelli molto alcolici. Senza esagerare con l’ossessione della temperatura perfetta, si può tuttavia con qualche pratico consiglio trovare un equilibrio utile per servire il vino in occasioni di svago e divertimento senza rovinare la percezione del prodotto e coronare così un bell’incontro. Perchè si sa, quando c’è un vino buono e gradito sulla tavola, servito come si deve, tutta la compagnia apprezza, anche i non intenditori.

Innanzitutto un buon metodo per servire il vino alla giusta temperatura in estate è metterlo in frigo a qualche grado in meno rispetto alla temperatura di servizio consigliata, cosicché, una volta portato in tavola, il caldo estivo dell’ambiente vada velocemente ad alzarne la temperatura, portandola quindi al grado corretto per la bevuta.

Vediamo quindi le temperature consigliate per ogni tipologia di vino.

Tratto da: www.quattrocalici.it

Partiamo dall’aperitivo che si associa generalmente alle bollicine, un modo scoppiettante per iniziare la festa. Per le loro caratteristiche intrinseche, questi vini richiedono le più basse temperature a cui si serve il vino: circa 6-8 gradi centigradi. In questo modo si esalta la freschezza e l’acidità di questa tipologia di vini, in particolare per il metodo classico in cui viene esaltata la bollicina, così fine da far percepire sulla lingua punture di piccoli aghi. Nel caso di Ca’ dei Frati a questa temperatura di servizio vanno serviti lo spumante Cuvée dei Frati Dosaggio Zero, il Cuvèe dei Frati bianco e il Cuvèe Rosè. Si aggiungano anche la freschezza, la mineralità e la sapidità intrinseche al Turbiana, il vitigno autoctono con cui vengono realizzati i vini dell’azienda, esaltate ancora di più da una temperatura di servizio piuttosto bassa.

A 10-12 gradi centigradi vanno serviti vini bianchi leggeri: è il caso del nostro Lugana I Frati, che, pur avendo poco di “leggero” con un grado alcolico che tocca i 13 gradi, tuttavia per una bevuta rinfrescante al palato può essere servito proprio intorno ai 12 gradi centigradi. Anche il vino rosato La Rosa dei Frati, realizzato in acciaio con uve Marzemino, Sangiovese, Groppello e Barbera può rientrare in questa categoria, che fa esaltare i suoi profumi di rosa e fragolina di bosco e la sua facile beva.

La temperatura di 12-14 gradi centigradi è consigliata invece per bianchi più corposi e strutturati, che prevedono magari anche un passaggio in botte. E’ il caso del nostro Brolettino, realizzato con il vitigno Turbiana e affinato in barriques di rovere francese nuove per circa 8 mesi. La texture più vellutata e i profumi viranti su note di frutta matura, anche esotica, si prestano ad una temperatura un poi più alta rispetto ai classici vini bianchi. In questa categoria rientra anche il Pratto, un blend di vitigni internazionali, Chardonnay e Sauvignon, uniti al vitigno autoctono del Lugana, il Turbiana, di cui vi si trova la percentuale maggiore. In questo caso l’aromaticità che emerge dai vitigni internazionali unitamente alla struttura sapida e minerale del Turbiana rendono questo vino adatto ad una temperatura di servizio che si aggira attorno ai 13 gradi centigradi.

Per vini rossi non da lungo affinamento la temperatura di servizio più adatta è tra i 16-18 gradi centigradi, dove l’alcolicità viene un po’ smorzata dal mantenimento di una temperatura ancora piuttosto fresca. E’ il caso del Ronchedone, il vino rosso che produciamo con uve locali, in una zona tuttavia più votata ai vini bianchi. Il Marzemino, il Sangiovese e il Cabernet che compongono questo vino esprimono il meglio attorno ai 15 gradi centigradi, che permettono di esaltare le note di frutti rossi e la texture arrotondata dovuta ad un passaggio in barriques di rovere francese per circa 14 mesi.

Per i vini rossi corposi come l’Amarone Pietro Dal Cero la temperatura ideale si aggira attorno ai 18-20 gradi centigradi che sono necessari per smorzare la percezione della forte alcolicità tipica dei vini da lungo affinamento. Questa temperatura esalta al naso il profumo della marasca, caratteristico dell’Amarone, ma anche di frutti rossi in composta, facendo percepire in questo modo la firma dell’enologo Igino Dal Cero nel valorizzare in tutti i vini i sentori primari, proprio quelli che derivano dal frutto.

Per i vini dolci e i passiti si consiglia invece la temperatura che varia tra i 12 e i 14 gradi centigradi. Il nostro Tre Filer, passito a base di Turbiana, dolce ma non stucchevole, viene valorizzato da una temperatura che si aggira attorno ai 13 gradi centigradi, anche nelle stagioni più fresche, magari abbinato ad una torta morbida e delicata ricca di burro o ai classici Cantucci.

Immagine di copertina: thewinesouls_

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L’arte in Ca’ dei Frati

L’arte è la cantina

Visitando Ca’ dei Frati, non si trovano grandi opere d’arte con cartellini a definirle o a interpretarle. La tendenza degli ultimi anni è stata quella di unire l’arte, soprattutto contemporanea, al contesto paesaggistico vinicolo e alle sue attività produttive. Ecco, a questo trend Ca’ dei Frati ha aderito in un modo tutto suo.

Partendo dal concetto di “arte totale”, ogni cosa che si tocca e si vede in azienda è frutto di un pensiero, di una valutazione interiore e fisica allo stesso tempo. Tutto riflette l’esperienza finale, quella della fruizione del vino in un contesto che rende possibile, in sostanza, l’immersione in quel bicchiere con testa e corpo, come un tuffo da un’alta scogliera del lago che, dopo lo slancio, accoglie immensamente anima e fisicità.

Si tratta di un incontro tra cantina e arte che è certamente più sottile, ma non meno degno di nota. Nel bel mezzo di un territorio noto per la sua DOC, il Lugana, a due passi dalle sponde meridionali del lago di Garda, il rapporto con l’arte è onnipresente ed innovativo, anche se di non facile individuazione per un occhio non abituato a osservare i dettagli.

L’idea alla base della nuova costruzione avvenuta nel 2018 è di abbinare al “tempio dedicato al vino” alcune maestranze locali che lavorano ancora oggi con antiche tecniche di produzione materiale. In particolare ci si riferisce alla lavorazione di legni pregiati, ferro battuto tornito a mano, realizzazione di vetrate a fondo di bottiglia per richiamare il contesto tardo-medioevale, lampadari realizzati a vetro soffiato e affreschi dipinti a mano grazie ad antiche tecniche di asciugatura sulla parete umida.

La cantina ha in ogni caso una lunga storia da vantare: la struttura originaria risalente alla metà del Quattrocento era infatti un distaccamento dei frati Carmelitani Scalzi dell’ordine di Santa Maria de Senioribus, i quali avevano come sede principale un monastero a circa otto chilometri, l’attuale Museo Rambotti di Desenzano del Garda, dal luogo su cui sorgeva l’antica casa vinicola.

I frati a quel tempo abitavano la tenuta per scopi sostanzialmente produttivi poiché la terra rispondeva adeguatamente ai loro bisogni: possedevano qualche ettaro di vigna, dato in mezzadria a contadini della zona per la produzione di vino per la santa messa. Questo dato interessa molto la tenuta attuale perchè testimonia la presenza della vite nel contesto locale già da più di cinquecento anni. Di quel tempo resta oggi nella sala storica soltanto un antico portale marmoreo con lo stemma dei frati, divenuto oggi il marchio ufficiale del brand Ca’ dei Frati.

Il riferimento al tema religioso intercorre in ogni dettaglio della cantina, a partire dalla nuova sala degustazione che emula la navata principale di una chiesa nel cui abside viene proiettato a parete un video a ciclo continuo che racconta la campagna, la produzione di vino in loco e i più di ottanta anni di attività vitivinicola della famiglia sul territorio.

L’idea del “tempio” dedicato al prodotto di punta, il vino, è nata proprio con una ricerca sul passato storico della tenuta, adottando oggi stilemi e usanze dell’epoca che si riflettono sul mobilio (panche e tavoli per la degustazione o il leggio come espositore delle brochure aziendali) e sulla funzione delle strutture stesse. Il consumatore si trova immerso totalmente in un’architettura che emula la storia dell’azienda e questa percezione è avvalorata dai preziosi dettagli artistici che si ritrovano durante tutto il percorso di visita. Gli stessi pavimenti, a titolo d’esempio, ricalcano gli antichi pavimenti cosmateschi delle chiese il cui significato era quello di aiutare l’officiante a ricordare le diverse tappe durante la cerimonia grazie all’uso di forme e colori che trovava a terra, adempiendo nel contempo una funzione decorativa.

In Ca’ dei Frati da segnalare innanzitutto è il coro realizzato a mano totalmente in legno di noce pensato per essere utilizzato come espositore per le referenze aziendali: il cliente si trova immerso in un’atmosfera antica e reverenziale proprio al momento dell’acquisto del vino, con in sottofondo i cori ecclesiastici che cantano rigorosamente in latino. La manifattura che ha realizzato il coro ha portato a compimento per l’azienda anche la bussola d’ingresso, proprio come una chiesa antica, e tutte le vetrate delle grandi porte presenti in cantina, nella zona di produzione, decorate a fondi di bottiglia. Il nome della manifattura è Arte Poli di Verona che vanta un discreto numero di artisti che, ormai tra gli ultimi, lavorano ancora con le tecniche del tempo, rigorosamente a mano. Anche panche, tavoli, banconi per la degustazione, leggii per le brochure e una teca con in esposizione le referenze sono state realizzate da un artista falegname, Fausto Bonini. È stato chiamato un mastro vetraio muranese per i lampadari della sala del coro, Fabio Fornasier, che vanta uno splendido atelier proprio a Murano. Per i ferri battuti che si incontrano in alcuni dettagli lungo la visita in cantina (come per esempio la ringhiera delle scale che scendono in barricaia) è stato interpellato il fabbro artista Dante Bonometti. Infine per tutti i decori a parete realizzati con l’antica tecnica ad affresco è stata chiamata la compagnia di artisti La Fede di Brescia.

Il concetto che sta alla base della scelta di unire un luogo di accoglienza per il consumatore di vino e i luoghi destinati alla produzione con l’arte delle manifatture locali vuole esaltare la capacità mentale e manuale dell’uomo di saper trasformare la materia prima in qualcosa d’altro, in qualcosa di più potente, e la sua abilità innata nel tempo. L’uomo ha sempre prodotto vino, ma ha anche sempre realizzato arte, due ambiti che Ca’ dei Frati tenta di far coincidere attraverso la sua struttura architettonica e paesaggistica.

Entrando nel salone adibito alla degustazione, come una navata centrale di una chiesa, si richiede un tono di voce basso: la sensazione è reverenziale come in un luogo religioso. Il silenzio relegato ai luoghi di culto diventa qui una cifra stilistica in rispetto di chi sta degustando per permettere di concentrare tutti i sensi sul vino e sul bicchiere, ovvero sull’esperienza di fruizione.

Si tratta di un modo di esperire il vino avvolgente e totale in grado di far percepire sensazioni dall’interno della propria emotività attraverso i cinque sensi e dall’esterno, evocati attraverso l’ambiente ed il luogo.
Tale approccio viene ricreato già a partire dall’esterno della cantina almeno per due motivi: la facciata richiama le chiese del luogo risalenti ai primi anni del Cinquecento, con un porticato allungato in orizzontale che cura l’estetica esterna con un’alternanza di pieni e di vuoti; inoltre tutt’attorno all’azienda si estendono ettari di vigneti nuovi e antichi dove si coltiva il vitigno autoctono, il Turbiana, utilizzato per la realizzazione del Lugana DOC. Infine sullo sfondo un magnifico paesaggio gardesano dove si staglia il Monte Baldo con il suo cocuzzolo imbiancato.

L’arte è il vino

L’arte e il vino quindi restano due ambiti culturali estremamente interconnessi, non solo in tempi recenti, ma anche approfondendo nelle rispettive radici della loro storia. Spesso intrecciati e rincorsi a vicenda, si fatica a comprendere quale venga prima e da chi dipenda davvero l’altro. Alla fine infatti il vino si definisce come “un’arte pura”, se non altro in quell’aspetto che prevede una grande sensibilità da parte del vignaiolo nella realizzazione del suo prodotto finale, un prodotto che per quanto il processo di produzione sia standardizzato sarà sempre figlio di una sola mano e di una sola mente. L’arte è proprio questo: la capacità di realizzare qualcosa di già noto e conosciuto, ma in un modo che soltanto l’artista sa fare.

 

Per approfondire:

BIBLIOGRAFIA
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L. ANDREINI, Cantina Antinori. Cronistoria della costruzione di un nuovo paesaggio, Forma Edizioni, Firenze 2019.

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J.-M. BESSE, Paesaggio ambiente. Natura, territorio, percezione, Derive Approdi, Roma 2020.

G. BIETTI – L. MOLINARI, Cantine da collezione. Itinerari di architettura contemporanea nel paesaggio italiano, Forma Edizioni, Novara 2017.

A. CARLSON, Nature, Aesthetic Judgment, and Objectivity, in “Journal of Aesthetic and Art Criticism”, Oxford University Press, 40, 1.

F. CHIORINO, Cantine secolo XXI. Architetture e paesaggi del vino, Mondadori Electa, Milano 2011.A.

CLEMENTI, Interpretazioni di paesaggio, Meltemi, Roma 2002.

G. CONFORTI, Il simbolismo della villa tra sacro e mondano, in Villa Della Torre a Fumane di Valpolicella, Antiga Edizioni, Verona 2014.

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M. DONA’, Sapere il sapore. Filosofia del cibo e del vino, Edizioni ETS, Pisa 2021.

S. FERRI, Mimesis, in Enciclopedia dell’Arte Antica, Roma 1997, ad vocem.

M. T. FRANCO, Per villa Della Torre a Fumane: la committenza, una data certa e altre questioni, in Magna Verona Vale. Studi in onore di Pierpaolo Brugnoli, a cura di A. Brugnoli e G. M. Varanini, La Grafica Editrice, Verona 2008.

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L’arte del vino, il vino nell’arte

Un incontro davvero speciale quello avvenuto ormai quasi sei anni fa in cantina a Ca’ dei Frati. Un incontro di quelli fortuiti, dove, grazie al passaparola di un amico in comune, abbiamo avuto il piacere di incontrare Sandro Barbagallo. Già si pregustava qualcosa nell’aria, qualche progetto pianificato tra i denti, a bassa voce. E’ così che è nata la conferenza avvenuta il 18 marzo 2022 in cantina, riproducendo quel primo incontro del 2016 tra arte (nello storico dell’arte Sandro) e vino (nell’enologo Igino Dal Cero).

Il vino è capace di cose inimmaginabili: ad esempio, trovare qualche punto in comune con i più disparati rami della cultura. E facendo cultura fa relazione, fa da ponte. Un bicchiere di vino crea rapporti, a volte, come questo, davvero straordinari.

Sandro Barbagallo non è solo un semplice storico dell’arte, ma molto di più: è curatore del Reparto Collezioni Storiche dei Musei Vaticani e del Museo del Tesoro Lateranense, Perito d’Arte e Antiquariato del Tribunale Civile di Roma. Insomma, di arte se ne intende senza dubbio. Proprio quella sua perizia e capacità di leggere il dettaglio accomuna la visione che Ca’ dei Frati mette nel vino: la capacità di vedere in prospettiva in una storia che è più grande di noi.

La serata comincia da Heinrich Dressel, un nome poco noto ai non addetti ai lavori: fu lo studioso che per primo catalogò le diverse tipologie di anfore romane e tra queste quelle vinarie. Se i Romani non avessero iniziato a trasportare il vino, il mondo probabilmente sarebbe a dir poco differente da quello che conosciamo noi oggi. Ed è proprio dal ricco contenuto di queste anfore che nascono miti e leggende attorno al vino: esso è protagonista diretto o indiretto di tantissime storie con cui ci divertiamo a spiegare cose che sono fuori dalla nostra comprensione, perchè, come dice Sandro, il vino è vita: è erotismo e religione insieme, è salute e malattia allo stesso tempo, è felicità e tristezza.

I primi quadri che vengono selezionati arrivano dal Seicento e sono opere di grandi nomi: Mengs e Vermeer dove un calice di vino, nel primo caso, diventa l’espediente per sedurre, per rilassare la mente della donzella non abituata alle prime avance. Il vino come sostanza inibitrice dei freni è spesso presente nella mitologia greca dove un Giove seduttore escogita mille piani per attirare delle belle fanciulle umane, nonostante l’ira furibonda di Era che fa finire spesso in modo tragico queste storie.

La divinità è da sempre in qualche modo collegata al vino: prima di Giove, il dio Fufluns, senza dimenticare Bacco e Sileno rappresentati sempre con la mente rapita dall’alcool, con guanciotte rosse e spesso nudi, senza pudore e vergogna. “Dove c’è libertà potoria, c’è libertà nella vita e non sconvolge la nudità” afferma Sandro Barbagallo, mentre mostra una serie di Bacchi, partendo dal classico Bacco adolescente di Caravaggio, via via sempre più vecchi e sempre più discinti.

 

 

Infine un salto all’antico Testamento, dove nudità e vino sono presenti nella scena cardine di Noè ubriaco dopo il diluvio universale, dopo che comprese la potenza del frutto dai tanti chicchi. Nemmeno il testo sacro si sottrae alla centralità di questa bevanda nella cultura umana.

La portata dirompente di questo prodotto era ben chiara ai Romani che al vino e a Bacco avevano perfino dedicato due giornate all’anno, 16 e 17 marzo, chiamate Baccanalia. Solo in seguito, osservando comportamenti sempre più discinti e libertini, decisero con il Senatus consultum de Bacchanalibus di reprimere questi inni e lodi al vino, riportando la celebrazione in contesti meno smodati e più civili.

Il vino diventa allora un prodotto addomesticato, non solo perchè si comincia a coltivare la vite con metodi selezionati in base alla tipologia di suolo, ma anche perchè nasce un modello di comportamento da seguire che include il vino in diversi contesti sociali: dal medioevo si ha un vino per la gente, il vino delle taverne, ma si ha anche un vino per la religione, il vino della Chiesa.

Il vino allora diventa metafora del sangue di Cristo che, premuto nel torchio mistico, fa sgorgare dalle ferite della crocifissione un vino-sangue, simbolo della redenzione del peccati del mondo. Il prodotto della vite entra così a pieno titolo anche sulle mense dei monaci attraverso una fitta regolamentazione che non prevedeva eccedenze quasi per nessuno: solo i monaci implicati in qualche attività manuale potevano accedere ad un calice di vino in più. Il vino è a tutti gli effetti un cibo, nutriente e genuino.

Il frate quindi diventa il soggetto curioso da raffigurare in pittura creando attorno a sé il topos del frate-cantiniere che, avendo licenza di portare le chiavi della cantina, cede alla fine umanamente al desiderio e viene trovato ubriaco ai piedi di una botte di legno. O ancora il frate-sommelier che spina del vino nuovo e lo esamina con fare acuto ed esperto.

La storia di Ca’ dei Frati ci riconnette al Quattrocento, quando la tenuta era gestita dai frati Carmelitani Scalzi dell’ordine di Santa Maria de Senioribus. I pochi ettari che possedevano attorno alla tenuta erano coltivati a vite e dati a mezzadri perchè mettessero a produzione il vigneto. Il vino così ottenuto veniva utilizzato per la santa messa.

E’ difficile allora distinguere cosa sia arte e cosa sia vino: a volte arte è vino, come nei numerosi esempi scovati nella storia dell’arte dal professor Barbagallo; altre ancora il vino è arte, come nella grande passione, nel retaggio culturale e nella tecnologia di cui Ca’ dei Frati si fa portavoce.

 

L’ arte e il vino quindi restano due ambiti culturali estremamente interconnessi, non solo in tempi recenti, ma anche approfondendo nelle rispettive radici della loro storia. Spesso intrecciati e rincorsi a vicenda, si fatica a comprendere quale venga prima e da chi dipenda davvero l’altro. Alla fine infatti il vino si definisce come un’arte pura, se non altro in quell’aspetto che prevede una grande sensibilità da parte del vignaiolo nella realizzazione del suo prodotto finale, un prodotto che per quanto il processo di produzione sia standardizzato sarà sempre figlio di una sola mano e di una sola mente. L’arte è proprio questo: la capacità di realizzare qualcosa di già noto e conosciuto, ma in un modo che soltanto l’artista sa fare.

Tratto dalla tesi di laurea (2022) di Maria Chiara Dal Cero “Arte ed estetica del vino e dei suoi luoghi”.

Si ringrazia il Comune di Sirmione, nella figura del sindaco Luisa Lavelli, per aver gentilmente concesso il patrocinio per questa serata, Sandro Barbagallo per aver condotto magistralmente una lezione con un tema a noi davvero molto caro e la piccola e dolce Elisabetta, sua figlia, incredibilmente incantata e attenta per quasi due ore ad ascoltare il padre.

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Il professor Attilio Scienza in Ca’ dei Frati

Finalmente, dopo la lunga parentesi della pandemia, sono ripartiti gli eventi e anche Ca’ dei Frati ha organizzato un palinsesto di conferenze a tema vino che, attraverso approfondimenti tematici grazie all’unione di vari ambiti e materie, punta a far sì che il mondo vitivinicolo sia raggiungibile da tutti e sempre più comprensibile e di interesse.

Venerdì 18 febbraio 2022 ha aperto il ciclo di conferenze dell’anno il professor Attilio Scienza, un nome ben noto alla viticoltura. Docente all’Università Statale di Milano, si è specializzato nel miglioramento della qualità dei vini grazie a studi inerenti alla vigna e ai portainnesto; un ulteriore settore di suo interesse è la riscoperta di vitigni antichi: infatti si è occupato della vigna di Leonardo Da Vinci a Milano – un caso davvero unico di viticoltura urbana in centro città – e anche in modo molto specifico del nostro amato Turbiana.

Durante la lezione magistrale del professore è emerso che un grande punto di forza del nostro territorio è sicuramente il suolo: partendo dal Quaternario, si è parlato dell’origine glaciale del lago di Garda che influenzò la composizione chimica dei suoli circostanti. Da questo punto di vista per il territorio del Lugana si parla di due zone differenti: la prima, più pianeggiante, è composta da argille limose ed è il cuore più antico della denominazione, estendendosi proprio tra Rovizza e Lugana. La seconda invece è tipica delle colline verso San Martino, Pozzolengo e Lonato del Garda. In questo caso i suoli risultano più sabbiosi.

La storia del Lugana affonda le sue radici al tempo dei Romani, quando la Silva Lucana – il fitto bosco che ricopriva le zone che oggi rientrano nel disciplinare di produzione – cominciò a subire un lento disboscamento fino al Quattrocento quando i monaci intensificarono lo sfruttamento lasciando vaste aree bonificate per i terreni viticoli.

Dalla metà del Cinquecento il Turbiana inizia ad intrecciare la sua storia con quella del Verdicchio, un vitigno assai affine, ma differente. Probabilmente potevano condividere un’origine veneta: erano vitigni utilizzati per ripopolare le campagne a seguito di devastazioni causate da epidemie di peste.

Anche ai primi anni del Novecento i due vitigni venivano ancora un po’ confusi: il Turbiana era chiamato anche Trebbiano di Verona, il verdicchio invece erano soprannominato Trebbiano verde. Il nuovo nome, quello con cui viene attualmente identificato il vitigno alla base del Lugana DOC, è Turbiana, non più Trebbiano di Lugana, a partire dal 2011, come si ritrova nel disciplinare. Grazie ad alcune più recenti analisi, il professor Scienza afferma che il dna del Turbiana condivide con il Trebbiano di Soave e con il Verdicchio il 97% delle bande.

Il termine di questo lungo ed interessante excursus sul Lugana si può riassumere nella frase – che condividiamo – dell’ultima slide di Scienza: “Produrre un grande vino partendo dalle radici”. Proprio per questa ragione al termine della serata è intervenuto Gianpaolo Giacobbo, esperto e comunicatore del vino, per guidare il pubblico in una degustazione pensata proprio in linea con quanto spiegato dal professore poco prima. Si è cercato di percepire la territorialità in due tipologie diverse di Lugana DOC: I Frati e Brolettino, entrambe annate 2020.

I Frati, più fresco e verticale, fa emergere al meglio la mineralità e la sapidità tipica della zona più antica del Lugana, quella della Silva Lucana. Il Brolettino invece è reso più morbido da un passaggio in botte di rovere francese nuovo e poco tostato per circa otto mesi di permanenza. Il vitigno per entrambe le referenze è il Turbiana al 100%.

E’ stata una serata ricca di curiosità e novità sul Lugana, la nostra DOC locale, che ha avuto anche il merito di essere stata la prima DOC lombarda a nascere con un disciplinare riconosciuto nel 1967, quando ancora il vino era un prodotto essenzialmente venduto sfuso.

Se vuoi seguire il video della diretta e ascoltare la lezione del professor Scienza, clicca qui.

 

 

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L’Amarone della Valpolicella: un vino che nasce a gennaio

Il periodo della vendemmia è ormai molto lontano: settembre, con le sue tinte verdi quasi gialle ci regala l’emozione della raccolta, delle api attratte dal dolce mosto nato dalla pigiatura, dei canti popolari sotto il sole e delle mani grinzose che regalano le ultime carezze ai grappoli. In gennaio pare un lontano ricordo ormai, ma l’Amarone è in grado di rievocare ancora le medesime emozioni con la sua pigiatura “in ritardo”.

A metà gennaio infatti la nostra attenzione è rivolta alla Valpolicella quando le uve tenute in fruttaio sono pronte per essere pigiate e otteniamo così un mosto dolcissimo e scuro, derivato dalla nota e celebre Corvina.

Ma andiamo con ordine e scopriamo un viaggio lungo e ricco di passione tra uomo e natura.

Le uve per la produzione dell’Amarone vengono raccolte verso la metà di ottobre, quando la maturazione è già avanzata. Si tratta infatti di uve rosse che necessitano di molto calore e di molta luce per maturare al meglio e la Valpolicella è una terra in grado di fornire tutto questo nel migliore dei modi. I vitigni che vengono coltivati per l’Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero sono la Corvina, uva principe dell’Amarone, il Corvinone, la Rondinella e la Croatina, tutte uve permesse dal disciplinare di produzione. Già con una spensierata passeggiata in vigna verso fine settembre si può gustare un’uva ricca di dolcezza, dal grappolo ricco, forte e compatto che allude alla forza che sarà in grado di donare dopo parecchi anni nel bicchiere. Queste uve inoltre nascono su un terreno molto particolare: la marna, una roccia sedimentaria che contiene una parte di argilla in grado di rinfrescare il calice e portare grande struttura al vino.

La vendemmia avviene verso la fine del periodo ad essa normalmente dedicato, quando le uve sono ormai ben mature dopo essere state baciate svariati giorni dai raggi del sole. E’ questo che le trasforma: da verdi maturano e crescono a vista d’occhio, sempre più timide, arrossiscono a tal punto da diventare di un rosso scuro, quasi nero. E’ solo allora che il vignaiolo inizia la sua raccolta svolta rigorosamente a mano.

Nel caso di Ca’ dei Frati, le uve vengono colte dalla pianta dalle amorevoli “balie dell’Amarone”: le mani calde e maestre di un gruppo di donne venete regalano gli ultimi abbracci a questi grappoli pronti a dare il meglio in cantina. Lo sguardo vigile femminile sceglie in vigna quali grappoli raccogliere: i più belli, i più formosi, i più maturi. Le uve poi non subiscono immediatamente il processo di pigiatura per estrarre il dolce nettare, ma vengono lasciate riposare per qualche mese in un grande ed accogliente fruttaio, da ottobre fino alla metà di gennaio.

In questo lungo sonno i grappoli si rilassano, perdono acqua e concentrano la loro parte zuccherina, si raggrinziscono, maturano col tempo e forse diventano un po’ più saggi, motivo per cui l’Amarone è un vino da meditazione. I venti della zona, provenienti dal parco boschivo della Lessinia, favoriscono questo processo di naturale disidratazione con il loro flusso, entrando ed uscendo dal fruttaio, dando il buongiorno e augurando buona notte alle nostre uve. Lo sguardo costante e attento dell’agronomo permette loro di abbassare le difese e di darsi totalmente a madre natura.

E poi arriva ogni anno sempre puntuale gennaio. Un mese freddo, il mese della ripresa delle attività dopo le feste, il mese in cui il produttore si ricorda di quei dolci grappoli scuri raccolti a ottobre, lasciati in Valpolicella a svolgere il loro corso. Il fruttaio è allora una gioielleria di piccoli zirconi scuri incastonati attorno ad un raspo magro che ha terminato da tempo la sua funzione. Inizia così la pigiatura di questa uva fragile e rara: durante il suo lungo sonno la parte zuccherina si è concentrata sempre di più, perdendo una grande percentuale di acqua contenuta originariamente nei turgidi acini. Una vera e propria disidratazione. Una volta ottenuto così il mosto questo viene trasformato in vino grazie all’azione dei lieviti che con il loro chiacchiericcio portano a fermentazione il nettare bacchico. La vera magia sta proprio in questa trasformazione: il mosto diventa vino e lo zucchero concentratosi nell’uva lasciata appassire viene svolto in alcool, donando struttura e consistenza al vino.

Ma non è finita qui la storia del nostro Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG. Per parlare al meglio di sé l’Amarone richiede ancora qualche anno di permanenza in cantina per imparare l’abc e diventare un vero adult0. Quindi si accinge ad intraprendere un viaggio formativo di almeno due anni, diciamo un bel Grand Tour, in legno francese, in ruvide barrique di rovere nuovo che restano in Valpolicella durante tutto il periodo. Infine il suo percorso termina in una nuova culla: la bottiglia, in vetro, resistente, scura e robusta per contenere amorevolmente negli anni il vino. E’ qui che sviluppa il suo vero carattere. Nel caso di Ca’ dei Frati, il vino viene lasciato in bottiglia per almeno tre anni o anche più: questo periodo di riposo smusserà i tannini astringenti della Corvina, regalerà ricche note al naso e al palato e una maggiore struttura: sarà una vera sorpresa stappare una di queste bottiglie!

I frutti del viaggio che l’Amarone compie dal grappolo al vino fino alla bottiglia è lungo ed impegnativo, a tratti tortuoso e spesso molto delicato. Sono bottiglie che chiedono un grande rispetto e che sanno donare e raccontarsi molto nel bicchiere: hanno una storia da narrare, un luogo, una terra, una passione, tutto nell’avvolgente e setosa carezza di un sorso di vino.

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Lessico enologico-poetico per il vino delle feste. Una guida a cosa, con che cosa (e con chi) bere.

Siamo ormai nel mood delle festività del 2021: i locali si stanno riscaldando di lucine di ogni colore per rendere più intima l’atmosfera, i negozi addobbano le vetrine con palline e alberi di Natale e si comincia a sentire il bisogno di buoni abbinamenti tra cibo e vino, si pensa al menù da condividere in famiglia o tra amici per alcune giornate spensierate che già stiamo immaginando e pregustando. È la magia del Natale. 

Il vino è emozione pura ed è davvero naturale, soprattutto nel nostro Paese, dove la tradizione enologica è di lunga data, che si senta la necessità di addobbare la tavola con il cibo principale, ovvero la bottiglia. O in taluni casi, le bottiglie. 

L’accostamento di gusti tra i cibi preparati e serviti con cura e amore dalle mani delle nonne o di qualche cuoco o cuoca provetti, e l’accompagnamento gustativo del vino è il passpartout per la porta dei ricordi e delle nostre emozioni più intime, più remote. 

Diventa allora fondamentale trovare il nettare giusto, quello che non solo sia in grado di esaltare i piatti, frutto di tanta fatica e di ore ai fornelli, ma che dia origine e crei sensazioni positive, dolci e amabili, quello che ci fa percepire una carezza sulla pelle, che ricorda un caloroso abbraccio, un caminetto acceso mentre fuori nevica, quello che sia in grado di racchiudere perfettamente quell’incontro festivo in una cornice da appendere nella nostra galleria di vissuti memorabili. 

Quale potenza ha quindi il vino! Ma il produttore, che lo prepara già dall’anno precedente, conosce bene le sue capacità e cerca di farle emergere al meglio fin dalla cantina e poi in bottiglia e nel bicchiere. 

Passiamo quindi al nostro “Lessico enologico-poetico”, in cui ogni nostra tipologia di vino sarà raccontata attraverso la lente del dolce sentire emotivo, un abbinamento culinario e un consiglio sulla condivisione di uno dei momenti più belli della vita: la degustazione. 

LUGANA I FRATI DOC 

Spontaneo, indomito ed instancabile. 

È un vino fresco in bocca e profumatissimo al naso. Ci riporta ai ricordi dell’estate,  ai vissuti insieme da riportare alla memoria, all’aperitivo a bordo piscina con gli amici o quello vista lago con il proprio partner in una calda giornata di sole con una lieve brezza che scompiglia i capelli. È il vino che rinfresca il palato, toglie i cattivi pensieri e resetta, riparte da zero. È lungimirante e razionale. L’oliva dell’aperitivo o una pizzetta al pomodoro esaltano le sue caratteristiche, ma anche con un’insalata con la feta, con una pasta al pomodoro fresco e con un pollo magro alla griglia con un velo di timo saranno ottimi compagni gastronomici. 

BROLETTINO LUGANA DOC 

Rispettabile, vellutato e fiero. 

In una cena tra parenti diventa un dono apprezzato e azzeccato. La barrique di rovere francese nuovo sa donare una texture vellutata al nostro Turbiana, che si veste qui alla maniera settecentesca con gorgiera, gioielli e monocolo. È un nobile signore, fiero ed elegante della sua posizione. Si sposa con un piatto di carni bianche o pesce leggero gratinato conditi con un olio extravergine Casaliva dal lago di Garda, con cui condivide il  meteo, il terreno, l’argilla e le radici. 

PRATTO

Spensierato, tenero e melodioso.

Ideale per conquistare un nuovo posto di lavoro, un nuovo amico o un partner. Sapientemente dolce, si abbina perfettamente a piatti speziati, a condimenti gustosi, intingoli delle feste e fa l’occhiolino compiaciuto ad una cucina dai sapori orientali. 

Un risotto mantecato al Grana Padano è in assoluto lo sposalizio più duraturo nella lettura astrologica del suo avvenire. Si lascia amare, si lascia desiderare. Sorso dopo sorso. 

ROSA DEI FRATI 

Seducente, vezzoso e leggiadro. 

Petali di rosa, fiori di pesco e ibisco formano il bouquet ideale per il matrimonio di questa sposa con il signor risotto alla barbabietola, con gamberi ed un tocco di burrata. 

È un vino che ricorda l’archetipo femminile, tenace e materno, ma che sa essere anche seducente ed accondiscendente sia al naso che al palato. 

Accompagna, senza essere invadente, discorsi, confessioni e confidenze. Si svela un poco alla volta, senza palesarsi fortemente, senza imporsi, senza prevaricare. È il vino di chi, quando è assente, fa sentire la sua mancanza. 

RONCHEDONE

Sovversivo, passionale e ardente. 

È rock puro: presente, attuale e contemporaneo. Tutta la sanguigna tempra del Sangiovese emerge con grande chiarezza e pulizia e la fluida voluttà del Marzemino aggiunge una nota in più. A placare questi animi ribelli un 10% di Cabernet. Una vera e propria rock band!

Per far suonare davvero questo nettare occorre: una buona griglia, una fiorentina di qualità di media cottura e una spolverata di tartufo in chiusura. Senza dimenticare un buon trio di amici. 

AMARONE DELLA VALPOLICELLA PIETRO DAL CERO DOCG

Baldo, intrepido e galante. 

La crescita in Valpolicella con vista sulla Lessinia rievoca in lui lo spirito del bosco, la vivacità del sottobosco ed il coraggio dei venti che si infrangono impetuosi, gli stessi che fanno appassire le sue uve. È un dandy, dal cappellino rovesciato e dalla giacca in seta damascata. Inutile per lui il bastone da passeggio: sa reggersi benissimo in piedi da solo. 

Accompagna, ma non vuole essere accompagnato. Ama i classici: spiedo con polenta, selvaggina, formaggi stagionati. Ma ama anche osare con un flan al cioccolato fondente  Ecuador 90% ed un morbido ripieno caldo ai piccoli frutti rossi. 

Ama la solitudine, l’introspezione o la compagnia di pochi scelti. 

CUVEE DEI FRATI

Vivace, arguto e spiritoso. 

Quando inizia a raccontarsi è un fiume in piena: ogni bollicina porta a galla un particolare di un racconto ricco e curioso. Sa scherzare, sa prendersi in giro fingendosi uno Champagne, ma sa anche prendersi sul serio con tutta la responsabilità che si porta dentro dopo tanti anni trascorsi in cantina. 

Resta però sempre canterino, accogliente ed accomodante: riesce a sostenere ed esaltare tanti sapori diversi in momenti differenti della giornata o del pasto. Dà il benvenuto con un piacevole aperitivo, richiama all’ordine e alla pulizia la bocca dopo un piatto di formaggi, aggiunge virtù ad una pasta con verdure croccanti. 

Chiede sempre di essere condiviso spiritualmente o gastronomicamente. 

CUVEE ROSE’

Accomodante, compiacente e cortese.

È una timida principessa che arrossisce al primo sguardo, è una cipria spolverata delicatamente sulle bianche gote di un viso, sono le lentiggini su un naso alla francese. 

È pura gioventù, fresca, fruttata e un po’ Pop. 

Dal fondo del bicchiere dona al palato una vera e propria collana di perle rosate, le più rare. Il suo colore infatti chiede timidamente di essere al centro dell’attenzione di tutti i sensi: vista, olfatto e gusto. Non è particolarmente esigente nello stringere amicizie: una caprese, paste dai sughi delicati e carni bianche leggermente condite offrono lo spunto per una simpatia duratura tra i vari elementi. 

Da condividere con chi vuoi, per un momento di relax e spensieratezza. 

TRE FILER 

Carezzevole, garbato e invitante.

Miele d’acacia, torta di mele della nonna, vaniglia Bourbon, canditi e biscotti. Tutto il mondo della pasticceria selezionato e raccolto in un bicchiere. Dona gioia senza chiedere nulla in cambio. È il Natale di tutti i sensi: ognuno scarta il suo pacchetto e trova un dolce da annusare e gustare. È la chiusura elegante e calorosa di un arrivederci al prossimo anno, alla prossima festa, alla prossima rimpatriata famigliare. È l’oro della festa con la sua capacità di risplendere cristallino nei bicchieri, con l’attitudine innata di lasciare un buon ricordo in bocca. 

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Qualche abbinamento estivo ideale per agosto

In occasione dell’evento speciale tenutosi in cantina Ca’ dei Frati a Ferragosto che prevedeva una visita in cantina a tutta la filiera, completa di zona di pigiatura ancora chiusa al pubblico, e degustazione con alcuni finger food realizzati dallo chef e pasticcere Manuel Pedrali del bistrot La Fenice, abbiamo pensato ad alcuni abbinamenti ideali e perfetti per agosto con i nostri vini.

Cominciamo da una millefoglie in crosta di pane in cassetta con petto d’oca affumicato e aceto balsamico di Modena. Si tratta di un piatto con tendenza dolce data sia dal pane sia dalla carne, la quale è ricca di proteine e dona grassezza alla bocca. Per questo motivo abbiamo abbinato tale pietanza al nostro Cuvèe dei Frati, spumante a base di Turbiana, il nostro vitigno autoctono, ed un 10% di Chardonnay, sboccatura 2021. La bollicina fine ed elegante, nata da almeno ventiquattro mesi sui lieviti, ha la capacità di ripulire il palato. Al naso invece i sentori di fieno, lievito e fragranza ci rimandano alla millefoglie di pane del finger food. 

Proseguiamo poi con l’abbinamento principe, ovvero con il nostro Lugana I Frati 2020. Si tratta di un vino dalla spiccata acidità e mineralità che ricava dalla terra su cui si impiantano le vigne di Turbiana; una terra argillosa e sabbiosa, derivata dall’origine glaciale del lago di Garda. I nostri vigneti infatti nascono per un raggio di massimo venti chilometri attorno all’azienda, dunque sempre molto soggetti all’influenza del lago durante la loro crescita e maturazione. Ma torniamo al nostro abbinamento. Una tartelletta di salmone affumicato ed avocado è risultata perfetta con il nostro Lugana. Salmone e avocado sono cibi che hanno infatti entrambi una spiccata tendenza dolce e grassezza, che genera grande pastosità nella cavità orale. Non c’è niente di meglio per bilanciare queste parti di un vino dalla forte acidità e sapidità per creare un abbinamento perfetto per contrapposizione. 

Infine per chiudere la triade salata abbiamo abbinato il Pratto, il nostro blend di Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc, con due vitigni internazionali che hanno una resa nel bicchiere davvero particolare crescendo e maturando sul lago di Garda. 

L’abbinamento scelto è stato con una tartelletta al pepe nero con Culaccia leggermente stagionata e melone. Si tratta in questo caso di un frutto dolciastro, il melone, e l’affettato con tendenza dolce e grassezza. Si sono sposati perfettamente con le leggere note dolci del Pratto e con la sua freschezza e mineralità ricavata dal Turbiana. Il tocco un po’ speziato dato dal pepe nero è stato magnificamente bilanciato dalla persistenza aromatica intensa trovata nel bicchiere. I sentori tipici di questo vino sono quelli della frutta esotica e della frutta matura, congeniali all’abbinamento con il melone.

Concludendo la degustazione, ecco il passito Tre Filer, a base di uve appassite, con una concentrazione zuccherina molto accentuata. Si tratta di un vino che unisce le caratteristiche del nostro Turbiana, con lo Chardonnay ed il Sauvignon Blanc, tutte vendemmie tardive. Il nostro pasticcere Manuel ha creato appositamente una malaga di Tre Filer, un pasticcino dal delicato tetto di zucchero a velo realizzato a strati con cremoso al Tre Filer e uvetta cotta nello stesso vino. Un abbinamento molto gradevole, in questo caso rispettando l’analogia delle caratteristiche del cibo e del vino.

La ricerca dell’abbinamento perfetto permette di esaltare sia il vino nel calice sia gli ingredienti nel piatto, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro. 

Finger food realizzati da Manuel Pedrali per la pasticceria e bistrot La Fenice sul lago di Garda, in via Verona 69/71 a Lugana di Sirmione.

 

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