La vendemmia a Ca’ dei Frati non è soltanto il momento più importante dell’anno dal punto di vista produttivo, ma è anche il periodo in cui prende vita la storia di una famiglia e di un territorio. Raccontare la vendemmia significa raccontare le persone che ogni giorno vivono la vigna e la cantina ed è proprio grazie ai protagonisti di questo rito che il nome Ca’ dei Frati continua a essere sinonimo di eccellenza e qualità nel panorama del vino italiano.
La famiglia Dal Cero è il cuore pulsante di questa realtà. Igino guida l’azienda con visione e determinazione, mantenendo saldo il legame con la tradizione, ma al tempo stesso proiettando ogni scelta verso il futuro. Le decisioni sulla raccolta, sui tempi e sui metodi non sono mai casuali: sono il frutto di esperienza, di conoscenza del territorio e di una passione che si rinnova di anno in anno. Accanto a lui ci sono Annamaria e Gian Franco, che con ruoli diversi completano l’anima della cantina, vivendo la vendemmia come un momento di intenso impegno, ma anche di orgoglio condiviso, lei in ufficio, gestendo carte e burocrazia, lui in vigna a contatto con la terra, alle prese con costanti controlli e supervisioni durante tutto l’anno.
Se la vigna regala i suoi frutti, è in cantina che si compie poi la magia. Qui l’enologo Carlo, con la supervisione di Igino, Michele e con il collega Davide, segue passo dopo passo la fermentazione, assaggia i mosti, ne osserva i profumi e le trasformazioni. Ogni scelta, dall’inizio della fermentazione fino all’affinamento, è decisiva per dare vita a vini capaci di raccontare il territorio della Lugana con eleganza e autenticità. Durante la vendemmia la cantina diventa un luogo particolarmente vivo, colmo di aromi e di energia, dove la tecnica si intreccia con la sensibilità personale di chi deve interpretare la materia prima.
Ci sono poi i vendemmiatori, le mani silenziose che all’alba percorrono i filari raccogliendo i grappoli uno a uno. La vendemmia manuale, scelta da Ca’ dei Frati per garantire la massima qualità, è un atto di pazienza e di rispetto: ogni grappolo viene selezionato con cura, evitando che chicchi non perfetti possano compromettere l’eccellenza del vino. Senza il lavoro dei vendemmiatori, la magia della vendemmia non potrebbe realizzarsi. Sono loro i primi custodi di un processo che parte dalla terra e arriva fino al bicchiere. Tagliano i grappoli in vigna, li adagiano nelle tipiche cassette rosse che vengono poi svuotate nella cisterna che raccoglie le uve per mandarle poi dritte alla pigiatura.
Non mancano poi i giovani collaboratori e gli stagisti, che con entusiasmo partecipano a questa esperienza unica. Per loro la vendemmia a Ca’ dei Frati rappresenta una scuola di vita, un’occasione per imparare da vicino i segreti della viticoltura e della vinificazione, un’opportunità che Ca’ dei Frati sempre dona attraverso collaborazioni con le scuole professionali. La freschezza delle loro idee e la loro voglia di fare portano nuova energia a un momento che, pur essendo radicato nella tradizione, si rinnova ogni anno con sfumature diverse.
La vendemmia in Ca’ dei Frati è anche comunità ed emozione. Non si tratta solo di raccogliere uva e trasformarla in vino, ma di condividere giornate intense, fatica e soddisfazioni, dalla mattina alla sera. È fatta di risate nei campi e di canti popolari, di pause pranzo semplici e conviviali e cene in compagnia dei colleghi, di sguardi complici in cantina mentre si assaggia il mosto appena nato. Sono queste emozioni a rendere unico il vino di Ca’ dei Frati: dietro ogni bottiglia di Lugana, Brolettino o Pratto non c’è solo tecnica, ma una vera e propria storia di persone e di legami.
Raccontare la vendemmia Ca’ dei Frati significa dare valore alle persone che la rendono possibile, dal primo grappolo raccolto fino all’ultimo sorso versato nel calice. È grazie alla passione della famiglia Dal Cero, alla competenza dell’enologo, alla dedizione dei vendemmiatori e all’entusiasmo delle nuove generazioni se oggi i nostri vini riescono a trasmettere l’anima del territorio e a emozionare chi li assaggia in Italia e nel mondo. La vendemmia è il nostro rito più antico e più moderno, il momento che racchiude la vera identità di Ca’ dei Frati: un incontro di mani, cuori e teste che trasformano l’uva in emozione.
Nei giorni frenetici della vendemmia, quando i rumori delle presse, il gorgoglio dei mosti in fermentazione e l’andirivieni in vigna riempiono l’aria di energia, la cantina poi torna lentamente al silenzio. È un silenzio denso, quasi palpabile, che non rappresenta assenza ma trasformazione: qui il vino, lontano dagli occhi di chi lo berrà, compie il suo percorso più intimo. Non c’è clamore, non ci sono spettacoli da mostrare. C’è solo il tempo che lavora, invisibile e costante, come un ingrediente segreto capace di trasformare ciò che la natura e il lavoro dell’uomo hanno consegnato nelle vasche e nelle botti.
Il tempo in cantina non è mai uguale per tutti i vini. Alcuni nascono per essere immediati, freschi, da bere giovani, come il Lugana I Frati, mentre altri hanno bisogno di mesi o addirittura anni per raccontare fino in fondo la loro storia. La scelta non è affidata a formule o a calcoli astratti: è frutto dell’esperienza e della sensibilità del vignaiolo, che osserva, ascolta e decide quando un vino deve essere travasato, quando può essere imbottigliato o quando deve ancora aspettare. Ogni contenitore – acciaio o legno – diventa lo strumento di un’orchestra silenziosa, ma è sempre il tempo a dirigere la sinfonia. È il tempo che affina, che smussa, che regala profondità e complessità, trasformando la materia viva in un racconto pronto a emozionare chi berrà quel bicchiere.
Chi entra in cantina in questo periodo percepisce subito quell’atmosfera sospesa. Le botti riposano, i tini sembrano dormire, ma in realtà dentro di loro si compie un lavoro instancabile. Minuscole fermentazioni continuano, i vini respirano, si arricchiscono di aromi, acquistano equilibrio. Il visitatore si trova davanti a un silenzio che non è vuoto, ma pieno di vita nascosta, come se il tempo avesse deciso di prendersi il suo spazio e di rivelare, con discrezione, la sua forza creativa.
In un’epoca che corre veloce e che ci spinge a desiderare tutto subito, il vino ci offre un insegnamento prezioso: la fretta è nemica della qualità. Ogni bottiglia che arriva sulle nostre tavole non è soltanto il frutto di una vendemmia, ma è anche il risultato di attese silenziose, di mesi o anni in cui il vino si è lasciato plasmare dal tempo. Aprire una bottiglia significa dunque fare un piccolo gesto di consapevolezza: non stiamo semplicemente stappando un vino, stiamo entrando in contatto con un percorso fatto di cura, di ascolto e di rispetto.
Il tempo è l’unico ingrediente che non appare in etichetta, ma è quello che più di ogni altro dà identità a un vino. È il custode invisibile che lavora in silenzio e che rende grande ciò che da subito era solo promettente. È grazie al tempo che un Lugana può mostrare la sua longevità inattesa, che un Amarone della Valpolicella acquisisce una complessità struggente, che uno spumante metodo classico affina la sua eleganza. Il tempo scolpisce il carattere, disegna la memoria e aggiunge poesia ad ogni sorso.
E allora, quando solleviamo un calice, possiamo fermarci un istante a pensare che dentro quel gesto non ci sono soltanto uve raccolte in una stagione e mani che le hanno accompagnate, ma anche mesi e anni di silenzio, di attesa e di pazienza. Ogni bottiglia è il risultato di un patto tra natura, uomo e tempo: un patto che si rinnova ogni volta che il vino incontra chi lo degusta e che si trasforma in emozione condivisa.
Il silenzio in cantina non si racconta soltanto, si vive. Per questo vi invitiamo a venire a scoprire la nostra realtà a Ca’ dei Frati: camminare tra le botti, sentire l’atmosfera sospesa della maturazione, osservare le bottiglie che riposano in attesa del loro momento. È un’esperienza che permette di comprendere davvero come il tempo, invisibile e discreto, sia parte essenziale di ogni vino che portiamo nel bicchiere.
Ogni bottiglia è una piccola lezione di pazienza, un invito a rallentare e ad assaporare non solo il vino, ma anche il tempo che lo ha reso quello che è.
Pratto di Ca’ dei Frati: l’eleganza della vendemmia tardiva nel bicchiere
Il Pratto di Ca’ dei Frati è un vino bianco che incarna l’arte della vendemmia tardiva, offrendo un’esperienza sensoriale unica grazie alla sua naturale complessità e ricchezza aromatica. Infatti la vendemmia tardiva ha una dolcezza “naturale” legata alla maturazione delle uve e alle sostanze aromatiche che sono già di per sé dolci, a parte rispetto al residuo zuccherino dell’uva raccolta più tardi. Si tratta di un insieme di componenti aromatiche che danno al vino un’espressione più dolce.
Cos’è la vendemmia tardiva?
La vendemmia tardiva consiste nella raccolta delle uve oltre il periodo di maturazione ottimale, lasciandole sulla pianta per un tempo più prolungato. Di fatto, se la vendemmia normalmente arriva al termine nel mese di ottobre, le uve per il Pratto restano in pianta ulteriormente fino ad una maturazione più pronunciata in pianta. Questo processo permette agli acini di perdere già parte dell’acqua, concentrando nel grappolo zuccheri e aromi e conferendo perciò al vino una maggiore intensità e complessità.
Il processo della vendemmia tardiva
Durante la vendemmia tardiva, le uve vengono lasciate maturare ulteriormente sulla vite, favorendo un appassimento naturale.Questo comporta una maggiore concentrazione di zuccheri e composti aromatici, mentre l’acidità tende a diminuire leggermente, contribuendo a un equilibrio armonioso nel vino finale. C’è comunque da considerare che nel blend di questo vino prende parte in buona percentuale la Turbiana (l’uva autoctona del Lugana DOC) che di per sé dona acidità e mineralità. Solo al giusto momento di maturazione l’uva viene raccolta, rigorosamente a mano e portata immediatamente in cantina per la pigiatura, evitando così fermentazioni spontanee non desiderate dovute alla temperatura ambientale e anche alla surmaturazione degli acini.
Il Pratto: un esempio di vendemmia tardiva
Il Pratto di Ca’ dei Frati è appunto un vino bianco ottenuto da uve raccolte tardivamente, che beneficiano della concentrazione di aromi e zuccheri derivante dall’appassimento naturale che abbiamo descritto poco sopra.Questo sistema conferisce al vino una struttura complessa e note particolari evidenziabili al naso e in bocca: in particolare si trovano note di frutta matura come la pesca e la pera, ma anche miele e spezie dolci, mantenendo al contempo tuttavia una freschezza equilibrata dovuta al clima, al suolo e alle tipologie di uve del blend (Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc).
Caratteristiche organolettiche
Nel bicchiere, il Pratto si presenta con un colore giallo paglierino intenso, brillante.Al naso, offre profumi di frutta esotica, frutta matura, in particolare pesca nettarina e pera Williams, a cui si aggiungono sentori di miele di tiglio e fiori bianchi.Al palato, è avvolgente, con una piacevole sensazione di dolcezza bilanciata da una vivace acidità, che ne esalta la bevibilità e la persistenza. Il vino risulta comunque secco e versatile a tutto pasto.
Abbinamenti gastronomici
Grazie alla sua struttura e complessità, il Pratto si abbina splendidamente a piatti ricchi e saporiti, come formaggi, foie gras, piatti a base di funghi o carni bianche con salse leggere. Lo abbiniamo con gusto ad un’insalatona estiva, ma anche con un ricco riso freddo o una pasta con sughi non eccessivamente sapidi. È ideale tuttavia anche come vino da meditazione a fine pasto, da gustare da solo per apprezzarne appieno le sfumature.
Scopri il nuovo Pratto: ora ancora più equilibrato
Il Pratto è un vino di grande personalità, che combina freschezza, struttura e complessità aromatica. Etichetta storica dell’azienda Ca’ dei Frati, realizzata già al tempo del fondatore Pietro Dal Cero negli anni ’80, recentemente è stata modificata con l’introduzione di un’importante novità che rende questo vino ancora più armonioso e apprezzabile. Scopriamo di cosa si tratta.
Le caratteristiche principali del Pratto
Il Pratto in passato prevedeva un passaggio in botte, poi tolto negli anni per far risaltare la sua freschezza. Tuttavia il Pratto è sempre stato identificato come la vendemmia tardiva di Ca’ dei Frati, quando l’uva delle varietà Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc vengono raccolte a fine del periodo vendemmiale per donare al vino più struttura e carattere. Oggi, pur mantenendo queste caratteristiche, l’azienda ha apportato una piccola modifica che incontra i palati più moderni e anche i parametri di benessere che richiedono le linee guida per la salute.
Equilibrio perfetto: La riduzione dello zucchero residuo da 17 a 9 g/L lo rende meno dolce e più bilanciato.
Dolcezza naturale: La vendemmia tardiva conferisce al vino una dolcezza intrinseca, legata alle sostanze aromatiche dell’uva matura senza necessariamente avere anche un’alta presenza zuccherina.
Maggiore eleganza: La riduzione dello zucchero evita squilibri tra l’olfatto e il gusto, esaltando le note fruttate e floreali senza eccessi. Con meno zucchero si percepiscono meglio quali sono le caratteristiche qualitative del vino.
Più salutare e versatile: Meno zucchero significa un vino più leggero e adatto a diverse occasioni, perfetto per accompagnare piatti di pesce, formaggi erborinati e verdure.
Perché questa novità?
Il nuovo equilibrio del Pratto risponde alle esigenze dei consumatori e ai gusti della famiglia Dal Cero, alla ricerca di vini raffinati ed eleganti, ma sempre meno zuccherini. Il naso e il palato ora dialogano perfettamente, offrendo una degustazione più armoniosa: l’equilibrio gusto-olfattivo infatti è uno dei parametri più importanti per degustare un vino. Infine, le componenti aromatiche naturali del vino bastano a donargli un tocco di morbidezza senza bisogno di un alto residuo zuccherino. Se ami i vini raffinati e ben strutturati, il Pratto nella sua nuova versione è da provare! Perfetto per ogni occasione, regala un’esperienza degustativa rinnovata e sorprendente.
Pratto: l’armonia di Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc
Nel vasto panorama enologico italiano, il Pratto si distingue come un’espressione sofisticata e armoniosa di tre grandi vitigni: la Turbiana, l’uva locale e tipica del Lugana DOC, lo Chardonnay e il Sauvignon Blanc, due vitigni internazionali con una resa particolarissima sul lago di Garda. Questo blend raffinato nasce dalla fusione delle caratteristiche uniche di ciascuna varietà, dando vita a un vino bianco di straordinaria eleganza e complessità aromatica, grazie anche alla raccolta tardiva di queste speciali uve.
Turbiana: l’anima autoctona
Il cuore del Pratto risiede nella Turbiana, vitigno autoctono della zona meridionale del Lago di Garda, noto anche come Trebbiano di Lugana. Coltivata nei suoli argillosi e ricchi di minerali della pianura morenica di Sirmione, Desenzano, Lonato, Pozzolengo e Peschiera, la Turbiana conferisce al vino freschezza e spiccata mineralità. Le sue note agrumate, le sfumature tropicali che sviluppa in vendemmia tardiva e il carattere sapido derivano direttamente dal terroir unico in cui cresce, influenzato dalle brezze miti del lago. L’evoluzione della Turbiana in affinamento rivela un profilo aromatico più profondo, con sentori di pietra focaia, idrocarburi e spezie balsamiche, conferendo al Pratto una notevole capacità di invecchiamento e struttura.
Chardonnay: l’internazionale dalla struttura avvolgente
Lo Chardonnay, uno dei vitigni bianchi più celebri al mondo, aggiunge al Pratto la sua tipica morbidezza e rotondità. Originario della Borgogna, questo vitigno è apprezzato per la sua straordinaria adattabilità ai diversi terroir e per la capacità di donare ai vini corpo e complessità. Le uve di Chardonnay, coltivate nei suoli calcarei e argillosi attorno alla zona del basso lago, apportano al blend una componente fruttata raffinata, con richiami a frutta esotica, agrumi e note delicate di vaniglia. La sua struttura armoniosa bilancia perfettamente la vivace acidità della Turbiana, conferendo al Pratto un equilibrio gustativo eccellente.
Sauvignon Blanc: l’esplosione aromatica
A completare la triade, il Sauvignon Blanc regala al Pratto un inconfondibile bouquet aromatico. Originario della regione francese di Bordeaux, questo vitigno è noto per i suoi profumi intensi di fiori bianchi, erbe aromatiche e frutta fresca. In climi freschi, come quello del lago di Garda, il Sauvignon Blanc sviluppa sentori di agrumi, mela verde e leggere sfumature erbacee, che si combinano armoniosamente con la struttura del blend. La sua vivace acidità e la freschezza immediata ne fanno un componente essenziale per l’equilibrio complessivo del vino.
Un vino di stile e personalità
L’incontro tra Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc dà vita a un vino dalla personalità poliedrica, capace di esprimere al meglio le peculiarità di ogni vitigno. Al calice si presenta con un colore giallo paglierino luminoso e brillante, mentre al naso emergono intense note fruttate, agrumate e floreali, con accenti minerali che si intensificano nel tempo. Al palato, il Pratto si distingue per la sua freschezza vibrante, la sapidità raffinata e la struttura avvolgente, con un finale lungo e persistente che invita alla scoperta di nuovi dettagli a ogni sorso. L’abbassamento del residuo zuccherino di questa vendemmia tardiva lo rende ancora più piacevole al palato e sicuramente più prestate nei diversi possibili abbinamenti.
Abbinamenti Gastronomici
Grazie alla sua versatilità, il Pratto si presta a numerosi abbinamenti gastronomici. Le versioni più giovani esaltano la delicatezza di antipasti di pesce, crostacei e primi piatti a base di verdure. La sua struttura gli permette di accompagnare con eleganza piatti di pesce più strutturati, carni bianche e formaggi a pasta morbida. Un vino che coniuga storia e modernità, tradizione e innovazione, il Pratto rappresenta una sintesi perfetta tra il carattere del terroir gardesano e la vocazione internazionale dei suoi vitigni. Un’esperienza enologica che seduce il palato e incanta i sensi.
L’appassimento è una pratica enologica molto antica (già applicata e conosciuta dagli antichi Romani), intrisa di tradizione e maestria, che rappresenta un punto di incontro tra natura e sapere umano. Questa tecnica si basa in sostanza sulla disidratazione controllata delle uve per concentrare le sostanze presenti negli acini, – quali zuccheri, polifenoli e aromi – con l’obiettivo di creare vini di straordinaria intensità e complessità.
Il valore dell’appassimento
L’appassimento ha radici profonde in alcune delle regioni vinicole più celebri al mondo, come il Veneto, dove viene utilizzato per produrre icone dell’enologia italiana, come nel caso dell’Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG. Durante questo processo, l’acqua evapora gradualmente dagli acini, riducendo il peso delle uve fino al 30-40% del loro volume iniziale. Questo fenomeno non solo concentra gli zuccheri, che sono essenziali per la successiva fermentazione e per ottenere vini dal grado alcolico elevato, ma favorisce anche l’arricchimento del profilo aromatico e la struttura del vino. Il risultato è un nettare corposo, vellutato, capace di incantare i sensi con la sua profondità e la sua eleganza.
Le tecniche di appassimento
Esistono svariate modalità per eseguire l’appassimento delle uve, ciascuna delle quali è strettamente legata alle tradizioni del territorio e alle condizioni climatiche del luogo di produzione.
Appassimento in vigna (la cosiddetta vendemmia tardiva)
In questo metodo, le uve vengono lasciate maturare ulteriormente sulla vite in pianta dopo il periodo abituale di raccolta. Durante questa fase, gli acini raggiungono una surmaturazione naturale, sviluppando una concentrazione di zuccheri più elevata come nel caso del nostro Pratto (Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc). In alcuni casi e luoghi, questa procedura favorisce la comparsa della “muffa nobile” (Botrytis cinerea). Questo fungo, se presente nelle giuste condizioni, arricchisce il vino di profumi complessi, con sentori di miele, spezie e frutta secca.
Appassimento in fruttai o su graticci
Dopo la vendemmia, i grappoli vengono raccolti con cura e disposti in ambienti ben ventilati, come solai o sottotetti, dove riposano su graticci di bambù, reti metalliche o cassette in legno. In Valpolicella spesso si usano tradizionalmente le “arele”, ovvero graticci tradizionali in bambù. In queste condizioni, il processo di disidratazione degli acini avviene lentamente, permettendo lo sviluppo di aromi intensi e l’evoluzione dei polifenoli. Questo metodo è alla base della produzione di vini come il nostro Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG e il Recioto della Valpolicella, celebri per la loro struttura sontuosa e la ricchezza aromatica.
Appassimento al sole
Nelle regioni dal clima più caldo, come quelle del sud Italia, l’appassimento avviene direttamente all’aria aperta, con i grappoli esposti ai raggi solari. Questo metodo, tradizionale per i vini passiti del Meridione, conferisce alle uve aromi intensi, spesso con note di frutta matura, fichi secchi e miele.
Le trasformazioni durante l’appassimento
Durante l’appassimento, l’acqua evapora progressivamente dagli acini, portando a una perdita di peso significativa, che può raggiungere perfimo il 40% del volume iniziale. Questo fenomeno è accompagnato da una concentrazione degli zuccheri, che può risultare essenziale per la produzione di vini dolci o strutturati. Parallelamente, si verifica una complessa evoluzione chimica e biologica, che interessa non solo i polifenoli, ma anche gli acidi e le componenti aromatiche del mosto che diventerà poi vino dopo la fermentazione.
La riduzione dell’acqua intensifica le note fruttate, – in particolare nel caso dell’Amarone emerge con forza il sentore di tipica ciliegia matura o addirittura in confettura – con profumi che spaziano dalla frutta secca, come prugne e fichi, alle spezie dolci, come cannella e vaniglia. Inoltre, il processo conferisce al vino una trama tannica più morbida e una persistenza gustativa che si protrae lungamente al palato.
Il fascino dei vini da appassimento
I vini ottenuti attraverso l’appassimento incarnano l’essenza del territorio e la passione dei viticoltori che li producono. Per ottenere una bottiglia di Amarone, per esempio, occorrono circa 10 chili di uva in media, raccolta rigorosamente a mano, secondo il disciplinare della DOCG. Ogni bottiglia quindi racconta una storia di dedizione, pazienza e rispetto per la natura. L’appassimento non è solo una tecnica, ma una vera arte, a cui si dedica tempo e fatica, ma che esalta il valore delle uve e sublima l’esperienza del vino, trasformandolo in un’opera d’arte enologica.
Se vuoi conoscere meglio il nostro Amarone della Valpolicella, scopri le prossime Wine Experience che si concludono proprio con l’assaggio di questo vino speciale in abbinamento ad un menù dedicato proprio all’Amarone.
Il Pratto: un abbraccio romantico per le festività di Dicembre
Dicembre è un mese magico: le luci delle decorazioni illuminano le città, i profumi delle cucine si mescolano con l’aria fredda e pungente dicembrina e le case si riempiono di calore familiare. Tra i simboli delle festività, il vino occupa un posto speciale, evocando convivialità e piacere. Tra le etichette che meglio rappresentano lo spirito natalizio, il Pratto di Ca’ dei Frati si distingue come un vero ambasciatore di eleganza e versatilità.
Il fascino del Pratto
Il Pratto nasce da un blend unico che unisce le qualità del Turbiana, dello Chardonnay e del Sauvignon Blanc, tre varietà a bacca bianca coltivati sulle sponde meridionali del lago di Garda che dona con il suo microclima al vino una personalità complessa e raffinata. Al primo sorso, il Pratto stupisce con una sinfonia di aromi e profumi (soprattutto varietali, dall’uva): le note tropicali si intrecciano a sentori di fiori bianchi e spezie (proprio adatte allo spirito natalizio!), mentre la freschezza si bilancia con una struttura morbida e avvolgente. Questo equilibrio lo rende perfetto per accompagnare i momenti più importanti delle festività, sia come aperitivo all’inizio del convivio, sia a tutto pasto.
Un vino per ogni occasione
Durante le feste, il Pratto si rivela infatti un compagno straordinario per diversi momenti. Servito come aperitivo, conquista con la sua vivacità e il suo carattere aromatico: è consigliato con tartine di pesce, ma anche qualche tapas più gourmet. A tavola, si sposa magnificamente con piatti di pesce bianco e intingoli di carattere dolciastro, crostacei e formaggi a media stagionatura, offrendo un tocco di eleganza ai menù più raffinati. E per chiudere una serata romantica sotto il vischio? Il Pratto, con la sua dolcezza discreta e la mineralità persistente, crea un’atmosfera unica con un gran finale.
Una scelta carica di emozione
Il vino non è solo una bevanda in Ca’ dei Frati, ma è un racconto di passioni e territorio. Il Pratto infatti porta con sé la storia di un luogo e la dedizione di chi lo produce. Scegliere questo vino per le festività significa abbracciare una tradizione che parla d’amore per la qualità e per il piacere di condividere. Si tratta infatti di una vendemmia tardiva, ovvero le uve che ne compongono il bland vengono raccolte più tardi durante la vendemmia, lasciate in pianta fino all’ultimo momento per ottenere una maturazione più avanzata. Si parla infatti di uve surmature (e non appassite, che nel caso di Ca’ dei Frati si utilizzano per il vino passito Tre Filer con lo stesso bland del Pratto).
Che si tratti di un dono per una persona speciale o di un brindisi tra amici, il Pratto si distingue per la capacità di trasformare ogni occasione in un ricordo prezioso. L’accento dolce al naso, ma il gusto secco al palato sanno conquistare i gusti di tutti gli invitati. Lasciati sedurre dal suo fascino e renderai uniche le tue festività con un calice di pura emozione.
Per scoprire di più su questo vino e per acquistarlo, visita il sito qui.
La vendemmia rappresenta uno dei momenti più importanti nella produzione del vino, un processo che unisce tradizione e conoscenze tecniche per garantire il massimo della qualità e i migliori risultati dopo tanto lavoro e fatica nel vigneto. La raccolta delle uve è davvero una fase cruciale, che influisce direttamente sul risultato finale del vino, sia esso rosso, bianco o rosato.
Ma quali sono le varie fasi della vendemmia? Come si decide il momento giusto per raccogliere le uve? E cosa succede dopo la raccolta?
Quando raccogliere: il momento ideale
La vendemmia inizia con una domanda fondamentale: quando raccogliere l’uva? La scelta del momento giusto dipende principalmente dalla maturazione del frutto stesso, che a sua volta è influenzata da diversi e numerosi fattori, spesso dipendenti dalle condizioni della natura del luogo:
Varietà dell’uva: ogni varietà di vite ha il suo periodo ideale di maturazione, ancor più se si tratta di uve “autoctone” che crescono e rendono particolarmente bene nell’ambiente in cui si trovano.
Condizioni climatiche: sole, pioggia, temperatura e ventilazione influiscono moltissimo sullo sviluppo dei grappoli. Anche il meteo della stagione in corso influisce sia sulla maturazione delle uve, sia sulla vendemmia stessa (in caso di numerosi giorni di pioggia la vendemmia potrebbe prolungarsi molto, con il rischio di oltrepassare il grado perfetto di maturazione e quindi il momento migliore della raccolta).
Condizioni del suolo: il tipo di terreno (nel caso del Lugana si tratta di suolo argilloso, sabbioso e calcareo) può favorire o rallentare la maturazione.
La maturazione dell’uva invece viene valutata dagli agronomi tramite l’osservazione di tre aspetti chiave:
Maturazione zuccherina: misurata tramite il contenuto di zucchero (fruttosio) nell’uva, che influisce sul futuro grado alcolico del vino.
Maturazione fenolica: riguarda la presenza di tannini e polifenoli, particelle contenute negli acini, fondamentali per il colore e la struttura dei vini, soprattutto rossi.
Acidità: un’adeguata acidità assicura freschezza ed equilibrio al vino, soprattutto nei bianchi e in modo particolare nel Lugana DOC.
Per determinare il momento esatto della raccolta, i viticoltori utilizzano strumenti specifici, come il rifrattometro per misurare il grado zuccherino del succo d’uva e l’acidimetro per valutarne invece l’acidità. Una volta che l’uva ha raggiunto l’equilibrio ideale tra questi fattori, solo allora si procede alla raccolta, che nel caso di Ca’ dei Frati è svolta totalmente a mano per poter selezionare solo i migliori grappoli e per poter tornare due volte in vigna per raccogliere nello stesso vigneto uve con gradi di maturazione differenti.
La raccolta manuale: un’arte di qualità
Anche se esistono numerose possibilità e tecniche di raccolta meccanizzata, la raccolta a mano è considerata la migliore per garantire la qualità del futuro vino. Questo metodo permette una selezione accurata dei grappoli, scartando quelli non perfettamente maturi o danneggiati. L’uva inoltre viene raccolta delicatamente per evitare rotture premature degli acini, che potrebbero compromettere la qualità del mosto a causa di fermentazioni che possono partire spontaneamente. Inoltre nel caso di Ca’ dei Frati dopo una prima raccolta, si torna nello stesso vigneto circa 45 giorni dopo, per raccogliere le stesse uve a un grado di maturazione diverso, per donare al vino una maggiore struttura e un migliore equilibrio tra naso e palato.
Dopo la raccolta: cosa succede alle nostre uve
Una volta raccolte, le uve vengono immediatamente trasportate in cantina per la fase successiva: la pressatura. In questa fase, si estrae il dolce succo dagli acini, attraverso una pressatura soffice del frutto, ottenendo così un mosto con il quale poi avviare immediatamente il processo di fermentazione, per trasformarlo in vino.
La pressatura: cos’è e come funziona
La pressatura consiste nello schiacciare gli acini per estrarne il succo, chiamato appunto mosto, che diventerà poi vino attraverso il processo di fermentazione. L’obiettivo è ottenere il mosto senza rompere eccessivamente i semi e le bucce, che potrebbero rilasciare sostanze indesiderate, percepibili di conseguenza nel vino.
Esistono in particolare tre tipologie principali di pressatura, a seconda del tipo di vino che si vuole ottenere:
Pressatura per i vini bianchi: per i bianchi come il Lugana DOC, la pressatura avviene quasi subito dopo la raccolta e prima della fermentazione. Si schiaccia delicatamente l’uva per ottenere un mosto limpido e senza contatto prolungato con le bucce, che rilascerebbero colore e tannini (che danno sensazioni astringenti al palato). Questo processo preserva così la freschezza e l’acidità del frutto, rendendoli percepibili poi nel futuro vino.
Pressatura per i vini rossi: nel caso dei rossi, la pressatura avviene dopo una fase di macerazione in cui il succo d’uva resta a stretto contatto con le bucce per estrarne il colore, i tannini e gli aromi caratteristici. Solo al termine della macerazione (il periodo è variabile a seconda del vino rosso che si vuole ottenere), il mosto viene separato dalle bucce.
Pressatura per i vini rosati: per i rosati, la pressatura segue una macerazione breve, solitamente di poche ore. Questo permette di estrarre solo una leggera quantità di colore dalle bucce (motivo per cui il vino diventa rosa e non rosso), ottenendo il tipico colore rosato e un vino di corpo medio, fresco e delicato.
La vendemmia è un’arte che richiede attenzione e competenza in ogni fase, dalla scelta del momento giusto per la raccolta fino alla pressatura delle uve. Ogni dettaglio, dal metodo di raccolta alla tipologia di pressatura, contribuisce a definire il carattere e la qualità del vino finale. Che si tratti di un vino bianco fresco, un rosso strutturato o un rosato profumato, la cura in questi passaggi garantisce un prodotto di alta qualità, capace di esprimere al meglio il territorio e la passione di chi lo produce.
Se vuoi scoprire come è stata la vendemmia, consulta il nostro “Diario della vendemmia” con numerosi dettagli e curiosità giorno per giorno.
La vendemmia è un momento simbolico per il mondo del vino, segnando il passaggio dalla cura della vigna alla nascita di vini pregiati. È il periodo in cui si raccolgono le uve, solitamente da fine agosto a ottobre, a seconda della varietà di vite e delle condizioni pedoclimatiche. È una fase che richiede grande attenzione e anche precisione, poiché il grado di maturazione delle uve è cruciale per determinare la qualità finale del vino, il colore e gli aromi. La vendemmia può essere fatta manualmente o con l’ausilio di macchinari, ma l’obiettivo resta lo stesso: preservare l’integrità del frutto. In Ca’ dei Frati, per ottenere delle uve sane e rispettare il prodotto di Madre Natura, si preferisce una vendemmia totalmente manuale, non solo in Valpolicella, ma anche in terra di Lugana, anche laddove il disciplinare non obbliga alla manualità. La vendemmia di solito in terra di Turbiana inizia tra la fine di agosto e i primi giorni settembrini.
Le fasi della vendemmia comprendono innanzitutto la determinazione del momento ideale per raccogliere le uve. Questa decisione si basa sull’analisi della maturazione zuccherina, fenolica e acida degli acini, insieme a fattori come la varietà dell’uva e lo stile di vino che si vuole ottenere. La raccolta può essere effettuata all’alba o nelle ore serali per evitare il calore del giorno, preservando così la freschezza degli acini. Nella declinazione di Ca’ dei Frati la vendemmia è iniziata dal mattino presto fino al pomeriggio, sotto il costante controllo dell’agronomo, Gianfranco, e di Igino, enologo e produttore.
Dopo la raccolta, inizia la fase di pigiatura e diraspatura, che separa gli acini dai raspi. Questa fase in cantina viene svolta in totale assenza di ossigeno, infatti le uve appena arrivate in cantina vengono saturate di Co2 per evitare ossidazioni già a partire dal frutto e dal mosto che è in grado di donare. A seconda del tipo di vino (bianco, rosso o rosato), si potrà incontrare una fase chiamata macerazione, per il rilascio di colore rosso, se prolungato, o rosato, se il tempo di contatto è minore. Il processo prosegue con la fermentazione in vasche d’acciaio, dove avviene ufficialmente la trasformazione del mosto in vino grazie all’azione dei lieviti. Infine, i vini passano alla maturazione, che può avvenire in acciaio o legno di rovere francese in Ca’ dei Frati, e alcuni di essi possono essere affinati per alcuni anni prima di essere imbottigliati.
L’approccio di Ca’ dei Frati alla vendemmia è quello di coniugare tradizione e innovazione, ma per davvero. L’azienda si distingue infatti per l’attenzione alla viticoltura e alla vinificazione sostenibile, dove la raccolta manuale delle uve è preferita per garantire già in pianta una selezione rigorosa. Le vigne di Ca’ dei Frati godono di un microclima ideale, con il lago vicino che mitiga le temperature e il suolo calcareo-argilloso che conferisce mineralità e dona una freschezza tipica a tutti i vini qui prodotti. Questa combinazione di fattori naturali, unita alla cura della famiglia Dal Cero, si traduce in vini di grande eleganza e complessità, studiati e prodotti da ben quattro generazioni.
Il Lugana “I Frati” DOC, ad esempio, è uno dei prodotti più rappresentativi dell’azienda. Le uve sono vendemmiate con precisione, assicurando che ogni grappolo sia raccolto al giusto grado di maturazione: per questa ragione si fanno ben due vendemmie nello stesso vigneto, selezionando in una prima fase le uve da lasciare in pianta, vendemmiandole in un secondo passaggio circa 45 giorni dopo. Il risultato è un vino dalle note floreali e fruttate, equilibrato da una piacevole acidità e una struttura minerale. Ca’ dei Frati tuttavia non si limita al Lugana: la gamma comprende anche un unico vino rosso della zona, il Ronchedone, e spumanti Metodo Classico, come il Cuvée dei Frati Extra Brut, realizzati con la stessa attenzione alla qualità in tutte le fasi di produzione.
Se vuoi scoprire di più sulle tecniche di cantina per la realizzazione di questi vini speciali, vieni a trovarci e prova le nostre visite speciali a cantina chiusa: le trovi qui!
La vendemmia rappresenta l’anima del processo vitivinicolo e aziende come Ca’ dei Frati ne sono custodi eccellenti. Grazie a una combinazione di esperienza, innovazione e rispetto per il territorio, Ca’ dei Frati continua a produrre vini che mirano a raccontare la storia e la tradizione della zona del Lugana, contribuendo a mantenere viva l’essenza della vendemmia italiana. Segui, se sei curioso, il nostro “Diario della Vendemmia” con i racconti trasparenti e direttamente dalla vigna di ogni annata.
Spesso ci si chiede quanto possa durare nel tempo un vino bianco. Allora si passa a valutare il modo in cui viene conservato e naturalmente il tappo. Di seguito si considera la tipologia di vino magari raffrontandola ad altre della stessa categoria alla ricerca – spesso vana – di risposte adatte. Ci siamo chiesti quindi anche noi quanto possa durare il Lugana DOC, o forse diremmo meglio quanto possa regalarci emozioni, perchè, se conservato bene e se non ci sono intoppi negli anni, il prodotto consumato dopo qualche tempo non potrà che essere buono. Cambiato, modificato, ovviamente. E’ quindi per lo più una questione di gusto personale.
Igino Dal Cero, produttore di Ca’ dei Frati, crede molto nelle potenzialità strutturali e gustative del Lugana DOC che si ottengono con l’affinamento regalato dal tempo. Il vino non invecchia né migliora, ma muta in modo proteiforme, si adatta agli influssi del tempo, rimanendo nel profondo tuttavia sempre uguale a se stesso. Per questo sono davvero molto importanti le lavorazioni in cantina e ancora prima in vigna, per essere certi di ottenere un grande prodotto proiettato nel futuro.
Il tempo influisce largamente sul vino, è una variabile importante da considerare in fase di produzione, ma anche nei termini di una prossima stappatura. Il colore vira in toni dorati – il tesoro che riemerge dopo anni dalle profondità di una bottiglia dal vetro scuro -, la glicerina lo rende più viscoso – una vera elisir di lunga vita -, infine smussa il suo carattere duro diventando più morbido e riflessivo, nelle rughe del tempo. Ma l’esperienza che ha trascorso nella sua vita come grappolo e poi trasformato in cantina lo segnerà per sempre. Di fatto rimane uguale a se stesso nella sua semplice vocazione virginale. Mantenutosi intaccato e puro nella sua campana di vetro.
Armando Castagno ha definito il Lugana DOC degno di un importante segnalibro nel volume dei grandi vini bianchi italiani da lungo invecchiamento. E a tal proposito Igino Dal Cero è assolutamente d’accordo, basta esserne capaci di prevederne le potenzialità, attività non sempre facile per un viticoltore. Tuttavia ricorda, andando indietro nelle sue quarantatré vendemmie, che questa attitudine all’ascolto dell’uva, della natura e del vino stesso gli è stata insegnata dal padre Pietro Dal Cero, fondatore dell’azienda:
“[…] mio padre veniva in cantina al mattino e poi tornava alla sera a controllare. Mi ha dato le chiavi della cantina che non ero ancora maggiorenne, mi ha lasciato sbagliare, per farmi imparare, dandomi molta responsabilità”.
Di cosa parliamo quando parliamo di Lugana DOC
Il Lugana DOC ha una zona di produzione molto limitata: si tratta di circa 15km tra Brescia e Verona, estendendosi su cinque comuni poiché si tratta di una denominazione interregionale. Il luogo definisce meglio la struttura del vino perché il territorio gioca un ruolo di primaria importanza per la creazione del suo profilo unico e invidiabile. Il lago con la sua massa d’acqua e le correnti ventose che scendono dal Trentino creano uno sbalzo termico notevole tra giorno e notte, ma non solo: creano anche il clima ideale per il vigneto durante tutto l’anno. Ben quattro glaciazioni si possono contare in questa zona; queste hanno fatto sì che la temperatura sia cambiata costantemente e che il ghiaccio si sia sublimato, passando dallo stato solido allo stato gassoso, lasciando sul posto un materiale idrogeologico composto da pietre incongrue tra loro, provenienti dai versanti alpini e che hanno trovato dimora proprio tra Lombardia e Veneto.
La nostra macchina del tempo vinicola: dal 2022 al 2004.
Ecco cosa ci ha regalato il tempo.
Annata 2022
Un giovane Lugana ricco. Profumatissimo, pieno ed estremamente verticale e verde. L’imbottigliamento è avvenuto nella prima settimana di marzo 2023 dopo un affinamento piuttosto lungo sulle fecce fini. Questa tecnica è applicabile se si ha una persistente acidità; in tal modo si esalta la parte aromatica e resta una percezione acida che stupisce alla beva. La 2022 è stata un’annata molto calda, con anche acidità molto spiccata. Irrigazione a goccia in questo contesto ha aiutato molto (siamo stati i primi in Lugana ad apportarla in vigneto): si parla infatti di irrigazione di soccorso. Come nel caso del 2022 con un’annata molto calda, per un vino di grande acidità, dare qualche volta in più l’acqua con un gocciolante preciso che misura i litri per pianta permette di ottenere un importante bouquet di aromi e una poderosa struttura nel vino.
All’assaggio la vegetalità dei sentori non risulta cruda, ma si abbina ad un’ampia florealità che ricorda a tratti il sambuco, vira al succo di pompelmo con una verve perspicace e un ingresso sapido all’assaggio. Senza nessuna frizione.
Si sta valutando una vinificazione che parte da una vendemmia di quasi 40 giorni: anticipata all’inizio dove la nota vegetale è più spiccata, fino alla rotondità data dalla vendemmia tardiva. Ogni mese ha le proprie caratteristiche che vengono donate alle uve raccolte in differenti periodicità.
Annata 2021
Questa ha il doppio delle risorse in questa fase, due anni sulle spalle fanno sì che sia la carta immancabile per i vini di lungo invecchiamento. La nota più incredibile è la sua refrattarietà all’ossidazione che riporta questo Lugana ad un confronto pertinente con i vini più longevi tedeschi e francesi, rispettivamente come i Riesling e alcuni Champagne. Sono quelli che Armando Castagno definisce “vini combattivi nel tempo”.
Tutto questo è aiutato da un tappo tecnico, scelto dopo svariate prove avvenute prima con microgranine, poi con il polietilene di canna da zucchero su cui si ha puntato: il tappo Nomacorc che garantisce una protezione del vino molto alta, l’utilizzo di una minore quantità di solfiti e una lunghissima (e piacevolissima) persistenza.
Annata 2017 – Privilegio di Famiglia
Al palato questo vino è fallace, non sembra essere un 2017: riporta una freschezza aromatica molto importante, che vira – a causa dei suoi anni – su una percezione maggiormente fruttata.
Si tratta della linea Privilegio di Famiglia: un vino che ha trascorso i suoi ultimi cinque anni in affinamento in bottiglia. La sensazione è meno agrumata rispetto alle annate più fresche, ma virante più verso la pesca “spaccarella”, con piacevoli note di talco mentolato, una ventata balsamica e fresca; a questo punto le note verdi sono quasi sparite, nulla di crudo persiste: anice e finocchio sono i sentori maggiormente percepibili. Si tratta di un vino molto completo, in cui note di fiori d’arancio sono un nostalgico e autoctono ricordo della sua vita iniziale. Chiude con un finale tipico del Lugana: l’olio essenziale di mandorla bianca pelata.
Annata 2011
Qui si entra in una pasticceria in piena produzione: note di frutta secca, note resinose e anche amidacee. Al naso sentori dolci, che invogliano la beva. Alla vista colpisce la sua palette dorata. In bocca l’anacardo, l’olio essenziale di noce, con note anche amaricanti si susseguono mantenendo una potente mineralità che rende questa esperienza solenne e monumentale.
Un vino ricco di ghirigori aromatici e affreschi, come ci racconta Armando Castagno, nonostante sia stata un’annata piuttosto fresca e anche sofferta dal momento che la vendemmia venne allungata di più del previsto, ragion per cui ha anche un’acidità più alta della media generale. Tuttavia questa caratteristica – meravigliosamente nel Lugana – ne esalta incredibilmente il carattere agrumato anche a distanza di anni.
Annata 2007
Cumino, maraschino, cereale tostato, frutto esotico, spezie pestate, canditi bolliti nello zucchero. È stata l’azione dei quindici anni trascorsi a riposo in bottiglia a colorarlo in modo così dolce. Porta con sé una complessità disarmante dovuta anche ad un’annata molto proficua e piuttosto calda. Qui vale ogni considerazione: ogni assaggio muta, si irrobustisce, si palesa diversamente, si mostra sotto punti di vista diversi. Una poesia liquida, tutta da interpretare.
Annata 2004
Ci piace ricordare il tocco di mimosa, percepito dal colto naso di Armando Castagno, insieme a note complesse di evoluzione ed eleganti sentori terziari dovuti al tempo di permanenza in bottiglia. Non mancano all’appello sentori pluviali e di acqua salmastra, il lago grazie alla sua vicinanza dialoga da millenni con le terre del Lugana. In generale porta ancora una dimensione enoica e un carisma davvero incredibili con sicure grandi potenzialità espressive.
L’approccio interessante di questo vino è che permette alla comunità umana del luogo e a quella aziendale di poter ragionare, studiare e sperimentare continuamente nel corso del tempo i suoi incredibili risultati. E tutto questo lavoro serve per dare una logica a questo vino nel tempo.
Trovare una scintilla che lo faccia riconoscere al naso e al palato, che faccia tornare l’assaggiatore al luogo della sua nascita e vinificazione, che permetta di filtrare attraverso il vino il luogo e che lo renda non confondibile con nessun altro: questi sono gli obiettivi che la Storia deve porsi quando prende la forma di una bottiglia.
“Bevi il tuo Lugana giovane, giovanissimo e godrai della sua freschezza. Bevilo di due o tre anni e ne godrai la completezza. Bevilo decenne, sarai stupefatto dalla composta autorevolezza”
Luigi Veronelli, guru dell’enologia, così scriveva del Lugana DOC in una celebre poesia. Credeva che fosse un vino dall’alto potenziale: generalmente bevuto fresco, in annata, ricco di mineralità e sapidità, consigliava tuttavia di berlo persino dopo dieci anni per scoprirne la struttura e la sua autorevolezza.
Perchè l’affinamento
Igino Dal Cero, produttore di Ca’ dei Frati, si trova d’accordo con le parole di Veronelli, che peraltro fu anche caro amico di famiglia, e sostiene che “[…] si deve tentare una nuova strada con il Lugana DOC, quella dell’affinamento per scoprire davvero tutto il potenziale che solo il tempo sa regalarci”. Il Lugana, da sempre considerato un vino fresco, profumato e verticale, deve essere piano piano riscoperto negli anni, provando a tenere da parte qualche annata per riaprire le bottiglie con qualche anno di affinamento in tranquillità, al buio della cantina. Si scopre così un vero tesoro: il colore lievemente dorato ne esalta la sua eleganza, il fascino viene restituito dai suoi profumi, estremamente fruttati anche nel tempo; la frutta matura, quale la pesca, la pera, anche il mandarino, prendono il posto della classica mela verde, della camomilla e del gelsomino. Abbiamo aiutato il lavoro del tempo con un tappo tecnico: un Nomacorc Select Green 100 capace di attenuare lo scambio di ossigeno, evitando quindi ossidazioni precoci.
Privilegio di Famiglia
Con questa dicitura a marchio registrato abbiamo voluto dare i natali ad una nuova linea, inaugurata a Vinitaly 2023: i nostri vini affinati in bottiglia per almeno cinque anni. La scelta che abbiamo svolto è stata realizzata con il Lugana I Frati 2017 e con il Brolettino 2017, lasciando i vini in cantina, a temperatura controllata, nella penombra durante tutto questo tempo, permettendo solo al tempo di intervenire. Assaggiare questi vini è allora un privilegio, dato che per ciascuna referenza sono state prodotte solamente 5.000 bottiglie di questa annata. La famiglia Dal Cero dona così l’opportunità di far cogliere ai degustatori interessati un’ulteriore variabile del vino, quella del tempo, anche su vini freschi e tendenzialmente preferiti in annata.
L’annata 2017: non un caso
Era il 1967 quando Pietro Dal Cero, il fondatore di Ca’ dei Frati, firmava insieme ad altri agricoltori locali il primo disciplinare del Lugana DOC, il primo vino in Lombardia ad essere riconosciuto con un insieme di regole e normative che riconoscessero al prodotto un’ autorità regolamentata. Da quel tempo sono passati esattamente cinquanta anni fino alla vendemmia del 2017 che festeggiò quindi un compleanno di mezzo secolo.
La vendemmia 2017
Si ricorda l’annata 2017 come piuttosto calda con una scarsa escursione termica tra giorno e notte. Tale caratteristica di clima caldo fu in comune anche con le vendemmie 2009, 2011, 2012 e 2015. Il 2017 fu, in particolare, un anno con un’alta siccità, mitigata tuttavia dal terreno argilloso tipico della zona di produzione del Lugana e anche dalla presenza del microclima del lago di Garda, sempre temperato. Stagionalmente nel 2017 ci fu una primavera rigida ed un’estate molto secca, si evitarono, a favore della vigna, gelate primaverili proprio grazie all’influenza del lago. Fu un’annata, inoltre, la cui vendemmia fu anticipata, come anche nel 2007, che ebbe picchi di calore importanti. Si vendemmiò con almeno dieci giorni di anticipo rispetto al solito.
L’abbinamento
Che cosa abbinare quindi con questi vini così particolari e preziosi? Innanzitutto bisogna ricordare l’iter che viene svolto in cantina per poter trovare il miglior cibo da accompagnare. Il Lugana I Frati, 100% da vitigno Turbiana, resta circa 6-8 mesi in acciaio: ha quindi caratteristiche di freschezza e mineralità, che restano del tutto intatte anche dopo anni di affinamento in bottiglia. Il Brolettino, anch’esso 100% Turbiana, dopo un primo passaggio in acciaio, resta per circa 8-10 mesi in barrique di rovere francese nuova di media tostatura: ha quindi una texture più vellutata e nel tempo sviluppa sentori di spezie e di zenzero, percepibile anche dopo la deglutizione.
Gli abbinamenti consigliati sono quindi i seguenti, evitando per la loro struttura l’abbinamento al classico aperitivo, per il quale il Lugana I Frati e il Brolettino dell’annata corrente si prestano meglio:
– I Frati 2017 consigliato con una vellutata di zucca mantovana stagionata circa un anno oppure risotti importanti, morbidi e mantecati.
– Brolettino 2017 consigliato con un risotto allo zafferano (il classico alla Milanese), con una cucina indiana o fusione perchè tendente verso la spezia dolce oppure, più particolare, con l’anatra all’arancia.
Per ulteriori informazioni tecniche si consiglia di consultare le schede tecniche a questi indirizzi: Lugana I Frati e Brolettino.
In occasione della Verticale Storica di Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG avvenuta presso la nostra sede il 25 marzo 2023, abbiamo confrontato tutte le annate di questa prestigiosa referenza e ne abbiamo tratto alcune conclusioni in questa sede, riportando le considerazioni principali emerse per ogni annata dalla 2016 alla 2008 grazie alla discussione avvenuta tra quattro prestigiosi relatori di fronte ad un pubblico numeroso presente in sala: Igino Dal Cero, enologo e produttore di Ca’ dei Frati, Carlo Callari, enologo presso la nostra sede con un’esperienza quindicinale di produzione nella Valpolicella, Bernardo Pasquali, gastronomo e Gianpaolo Giacobbo, giornalista ed esperto di vino. Una bella squadra di veneti per analizzare una referenza così legata al territorio e che parla attraverso la struttura e i sapori della tua terra.
Luxinum: il nostro vigneto a Marcellise
Il vigneto con cui produciamo il nostro Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero ha una caratteristica molto importante per la produzione dell’uva: si trova a 350 m sul livello del mare ed è rivolto verso sud, con un clima ed un orientamento pregevole. L’investimento fu fatto nel 2002 in onore del papà dei tre attuali proprietari, Pietro Dal Cero, a cui poi è stata dedicata questa referenza. Pietro infatti, figlio di Felice Dal Cero, fondatore dell’azienda, è stato l’unico dei figli a continuare l’attività agricola dando una svolta decisiva con la specializzazione nell’ambito enologico. La produzione di Amarone sembrava un sogno dietro l’angolo, un tributo fortemente voluto dalla famiglia per celebrare l’origine veneta dei Dal Cero, provenienti da Montecchia di Crosara, spostatisi sul lago nel 1939, dopo la prima guerra mondiale. Da momento dell’acquisto di alcuni ettari in Valpolicella ad oggi sono ormai passati più di 20 anni e il sogno è diventato realtà, reso ancora più reale oggi dall’ascolto di questo vino potente e narrativo nella sua evoluzione di annata in annata.
Il territorio è quindi molto importante: essendo un appezzamento unico in collina a 350 metri sul mare, è stato realizzato con dei terrazzamenti che vengono raggiunti da un sole mai caldissimo – il nome Luxinum deriva proprio dal latino lux, luce, raccolta dodici ore al giorno – donando un forte sbalzo termico tra il giorno e la notte, ideale per le uve. Nella parte più alta del suolo affiora la roccia, la calce. Per realizzare l’impianto c’è stato uno spostamento di circa 60.000 metri cubi di terra per creare il vigneto senza recidere alberi già presenti in loco e il bosco che circonda tutt’ora il vigneto. L’altro elemento importante è l’acqua: infatti se la vigna non ha il giusto equilibrio e la perfetta idratazione essa fornisce un frutto squilibrato e ciò ripercuote nel vino. In questo luogo graziato da madre natura l’uva matura molto bene, mantenendo un’acidità molto alta che ci garantisce una certa longevità in bottiglia.
La nostra Corvina, il nostro Amarone
Per l’Amarone di Ca’ dei Frati si utilizzano uve tutte provenienti da un solo ed unico vigneto. Le uniche differenze presenti quindi sono piccole variazioni del periodo di raccolta di anno in anno, mantenendo però lo stesso stile di vinificazione, in annate diverse. Con la verticale, si ha la possibilità di assaggiare quindi un unico cru, lo stesso frutto dato dalle stesse piante anno per anno, valutando così cosa la natura ci ha regalato nel corso dei suoi cicli stagionali nel corso degli anni. Un assaggio svolto in questo modo serve per capire l’evoluzione della vigna, ma anche la maturazione delle vinificazioni svolte in cantina, nonché l’evoluzione del frutto ovvero la giovinezza del vino. E’ un vero e proprio archivio per la memoria gustativa nostra, di oggi, ma anche per i degustatori del futuro che si troveranno a mettere il naso (si spera deliziati) su questo nettare potente e sanguigno.
Marcellise: un salto all’indietro nel tempo
Si tratta di un luogo davvero particolare dove dimora il nostro vigneto: solo circa 500 abitanti ancora oggi ci vivono, di cui 274 donne, più della metà, a testimoniare come la campagna parli ancora al femminile.
Si trova nel Comune di San Martino Buonalbergo – per intendersi, l’uscita autostradale di Verona est – da lì si incontra questo luogo guardando in alto: le colline che compaiono sono quelle di Marcellise. È una delle vallate più piccole della Valpolicella orientale che si estende da Verona verso est, a Vicenza.
La sua caratteristica principale è quella di essere un vero e proprio biotopo: si tratta di una localizzazione geografica molto circoscritta dove c’è vigna, olivo, ciliegi e una grande biodiversità. Si possono ancora vedere piccoli casali, spesso antichi anche valorizzati e ben ristrutturati, e tanta crescita dei vigneti in lungo e in largo. Macellise infatti è molto vocata alla produzione di vino rosso. Trova i natali su due placche di marna profondissime, dette dorsali, nate da fusioni calcaree. Queste presenze fanno sì che si tratti della situazione migliore per un’uva rossa come la Corvina per poter crescere, tra marne profonde e poi affioranti. La valle infatti sarebbe alla vista completamente bianca, se non fosse ricoperta dalle vigne perchè la roccia emerge dalle profondità spesso e in vari punti del suolo. È impegnativo inoltre impiantare qui un vigneto perchè le vigne poggiano direttamente sulla roccia, ma tutto questo dona complessità, finezza ed eleganza ai vini.
Vino di territorio e vino di stile
La tradizione dei veronesi è nel fare vino è quella dell’appassimento. Inoltre nel Veneto non ci sono vini realizzati con un’uva sola: tante uve rosse e bianche sono chiamate alla realizzazione delle referenze di questa regione e per questo motivo i veronesi in particolare sono grandi esperti di blend, veri esperti di mixology nel vino. Questa è la vera storia del Veneto e non cambia per la Valpolicella. Qui infatti si trovano – permesse da disciplinare – la Corvina, il Corvinone, la Rondinella che concorrono alla realizzazione dello stesso vino. Per questa ragione quindi l’Amarone è un grande vino di territorio, dove esso è in grado di emergere fortemente; ma è un vino anche di stile, poiché l’idea del vino finale sta tutta nelle mani di chi lo produce. Da questo punto di vista infatti il pregio della denominazione è di non avere Amaroni tutti uguali, la tradizione enologica veronese valorizza la diversità come virtù. Il vino di ogni cantina viene segnato in modo definitivo dalla storia di chi lo ha fatto nascere e questa è la sola chiave per entrare nel mondo di quella specifica famiglia.
“Dal 2008 in Ca’ dei Frati è partita una storia bellissima di interpretazione del territorio rigorosa e svolta con grande umiltà e rispetto del territorio stesso, tirando fuori qualcosa di molto interpretativo ed eccezionale” afferma Bernardo Pasquali.
Un vino di necessità
In passato bisognava concentrare il vino realizzato con la Corvina e con altre uve tipiche della zona. Queste infatti davano un prodotto di circa 11 gradi alcool, così a partire dagli anni Trenta si è voluto concentrare il prodotto, renderlo più strutturato; al tempo l’unica possibilità di fare questo era di prendere l’uva, tagliarla con diverse tipologie e metterla sui graticci per appassimento. Significava in sostanza disidratare l’uva per aumentare la concentrazione zuccherina e ottenere infine un vino dall’alto grado alcolico.
Prima è nato il Recioto (la versione dolce dell’Amarone) e poi l’Amarone, si dice come errore, essendo diventato amaro durante il processo di produzione del classico Recioto. Oggi però predomina la versione secca.
Carlo Callari sostiene che l’Amarone sia “un vino giovane rispetto per esempio al Barolo che ha una storia alle spalle di più di 200 anni. Le prime bottiglie di Amarone sono degli anni Trenta o Quaranta. Solo dalla metà degli anni Novanta la produzione diventa importante e il successo è stato rapido. Difficoltà è portare nel bicchiere il territorio perchè il processo di appassimento tende a uniformare la tipologia. La disidratazione è infatti un fenomeno molto invasivo e la perdita di peso delle uve è notevole e con questa si perdono anche i caratteri specifici dell’uva. Diventa più un vino di processo così. La difficoltà principale quindi è valorizzare il territorio, facendo parlare il prodotto mantenendo un processo produttivo del tutto tradizionale”.
Per il nostro Amarone si utilizzano botti di rovere francese nuove che cedono tannino, ma è pulito, ovvero non cede i caratteri del vino che c’è stato a contatto precedentemente: è importante questo dettaglio se si vuole evidenziare l’annata e soprattutto se si vuole far parlare il territorio. Le barrique nuove infatti vengono scelte proprio per non incidere sul vitigno con il vino dell’anno precedente: ogni annata parla per sé, il territorio cambia e con esso il clima. L’uva è la stessa ma cambia nelle sue vibrazioni naturali profonde di anno in anno. Inoltre un legno riutilizzato molte volte può avere delle problematiche e durante l’utilizzo potrebbero danneggiare il vino contenuto. Soprattutto se l’annata nuova è migliore della precedente preferiamo come scelta filosofica aziendale utilizzare solo legni nuovi per la permanenza dell’Amarone.
Inoltre su tutto questo processo intervengono anche le tecniche d’avanguardia relative alla cantina come l’ossidazione evitata in fase di pigiatura e di vinificazione già nel suo momento iniziale, la saturazione delle vasche con l’anidride carbonica e il controllo costante della temperatura. La pigiatura delle uve per l’Amarone inoltre è generalmente svolta tra dicembre e febbraio in periodo generalmente sempre freddo e per tradizione vengono fatte macerazioni lunghe a freddo. In Ca’ dei Frati la macerazione viene invece svolta a caldo per estrarre più colore e più tannino dalle uve: questo passaggio però si rende necessario perchè si tratta di un vigneto con un’alta acidità naturale. Per la stessa ragione cerchiamo di prolungare la maturazione in pianta e poi lasciamo maturare il vino a lungo con 2 anni di barrique, 1 anno di acciaio e poi ancora altri anni di affinamento in bottiglia.
Macchina del tempo dal 2016 al 2008: torniamo alle origini con il nostro naso
Annata 2016
Si presenta croccante, fine e di grande eleganza. Ha una grande tensione olfattiva e gustativa che mostra tutto il suo potenziale di affinamento ancora per lungo tempo. Non mancano infatti freschezza e una leggera sapidità caratteristica della marna su cui nascono i vigneti. Il 2016 fu un’annata particolarmente fresca per cui la grande sfida fu quella di preservare questa freschezza donataci dalla natura. In queste situazioni infatti il vino tende ad ossidare facilmente. La sfida è stata felicemente vinta e oggi si presenta come un vino dal grande potenziale, forse una delle annate migliori di sempre.
Annata 2015
Valutata molto bene in generale dai produttori della Valpolicella, ma solo il tempo definisce il valore del vino e delle sue annate. La vigna qui ha più anni e non è poco nel risultato finale, infatti acquisisce nel tempo un materiale linfatico di maggiore pregio. Cosa aspettarsi nel 2015 da Marcellise? Abbiamo già detto che l’appassimento tende a uniformare i vini, ma il territorio ha una sua piacevolezza intrinseca: L’Amarone di Marcellise è diverso da quello di Negrar o Fumane, ad esempio. Il clima e i caratteri sono molto diversi tra loro. Marcellise ha di intrigante sempre la sua acidità strutturale, che aumenta e migliora in termini di equilibrio negli anni. Si avvicina sempre di più ad un equilibrio tra parti forti e molli che è fondamentale nel vino: le parti dure del vino si avvicinano in modo virtuoso alle parti morbide. Questo è il potenziale di Marcellise e di questa annata in particolare.
Vale la pena soffermarsi sul frutto in questa annata, perchè esso è tipico della Valpolicella: la ciliegia in varie sfumature, in varie tipologie ed è curioso percepire da diverse vallate di produzione il cambiamento delle ciliegie nell’Amarone. È la marasca o l’amarena tipica delle vallate: richiama la confettura, quasi dolce, nelle vallate che si trovano più in basso; sulle parti dorsali invece diventa marasca, con un finale quasi amandorlato, quasi acerbo. Nel nostro caso la ciliegia è più dolce, ma il carattere di fondo resta rivolto alla freschezza e all’acidità. Inoltre anche la sapidità salina è molto forte e davvero tipica di Marcellise: i cristalli di sale percepiti nella cavità orale emergono spesso, soprattutto in annate come la 2008.
Si traduce quindi in un’annata che ha grande profondità, con la capacità di un percorso davanti ancora molto importante.
Annata 2014 (non prodotto)
Fu un’annata molto piovosa e fredda, scura, con tante nuvole e la luce è un elemento fondamentale per la crescita della Corvina; quindi l’azienda ha rinunciato all’annata. È unica annata finora non prodotta.
Annata 2013
Annata buona ed equilibrata. Succulenta, piena e gustosa. I tannini sono allineati e dolciastri. Siamo già a qualche anno di distanza dalla vendemmia e per questa ragione emerge di più una nota evolutiva. Il colore tende verso un’evoluzioni positiva, mai tendente al color mattone perchè l’estrazione viene svolta ad alta temperatura invece che a bassa temperatura: questo dettaglio fa sì che i tannini non tendano mai al giallo aranciato, ma alla componente più rivolta al rosso e al viola, anche con un affinamento in bottiglia di più anni.
Annata 2012
Il clima ha alternato momenti siccitosi a momenti più piovosi. E’ stata quindi un’annata piuttosto difficile.
Fu complesso trovare l’equilibrio per la sua acidità naturale sempre molto spiccata: per questo motivo serve conoscere e prevedere il periodo giusto di raccolta per non degradare troppo l’uva matura in previsione dell’appassimento successivo. Al contempo il punto fondamentale però è di lasciare in pianta a maturare il frutto il più possibile per limitare la sua naturale acidità. Infatti se il vitigno ha un’acidità molto alta bisogna cercare di riequilibrarlo con la sua struttura. L’annata 2012 ha donato così longevità al vino, grazie al contrasto tra acidità alta con la sua maturazione più possibile prolungata in vigna.
Stiamo parlando ormai di un’annata che fa parte dei vini da decennio. Come si traduce quindi dal punto di vista organolettico? Si inizia a percepire la ciliegia mora, succosa e nera, la prugna, il rabarbaro che peraltro si trova nella valle di Marcellise in modo particolare, spezie dolci, anche un po’ orientaleggianti. È la bellezza dell’evoluzione che fa emergere tutti questi sentori, spontanei e riconoscibili. Il tannino dell’uva perde qui forza rispetto al tannino donato dal legno che diventa nel tempo più significativo, tanto che si arrivano a percepire diverse nuance anche viranti al cioccolato. Si sente molto infine la bacca di ginepro, intrigante nel vino e anch’essa tipica della valle di Marcellise.
Una nota importante: si tratta dell’ultimo imbottigliamento con il tappo di sughero (da qui in poi si utilizza il tappo Nomacorc in polietilene di canna da zucchero, 100% green). La ricaduta di questo è diretta su una maturazione diversa, per un passaggio di ossigeno regolamentato diversamente all’interno della bottiglia.
Annata 2011
Si tratta di un Amarone vecchio stile, si sente tutta la sua finezza. Anche questa fu un’annata piovosa e più fresca delle precedenti che ha espresso nel vino tutto il suo andamento climatico. Qui quindi torna una buona freschezza, nonostante l’annata sia più vecchia delle precedenti assaggiate finora. Si sente più freschezza e mineralità nonostante il frutto sia più maturo. Sembra una situazione un po’ strana, ma si trova lo stesso riscontro anche dal punto di vista del colore: è più fresco, più chiaro rispetto al 2012, ad esempio. Per fare questi confronti è fondamentale considerare che si tratti di uva che proviene dallo stesso vigneto. Infine da non dimenticare un accenno di balsamicità dovuta alla maturazione dei sentori terziari negli anni e da questo punto di vista il vitigno Corvinone conta molto nello sviluppo di queste note.
Annata 2010
Si colloca tra gli Amaroni di Ca’ dei Frati più evoluti: si percepisce una ciliegia appassita sotto spirito, ricoperta da un velo di cioccolato, la spezia si mostra di più, in particolare il pepe nero tipico della Valpolicella. Si avverte una presenza elegante del legno; i tannini sono più terziari rispetto a tannini evidenti della pianta che è abbastanza giovane nel momento della raccolta nel 2010. In generale però riemergono equilibrio e freschezza: Marcellise fornisce l’impalcatura naturale per aggrappare le caratteristiche del vino – ph, sapidità e freschezza – e lascia al produttore la possibilità di gestire in parte la sua maturazione. A Marcellise in passato si pascolavano gli animali, era la Lessinia destinata a pecore e a vacche, oggi è diventato tutto vigneto su una terra vergine, una terra non consumata, rocciosa e affiorante. L’unica cosa che si faceva era il pascolo con conseguente naturale concimazione. L’eleganza qui diventa suadenza con un tannino sinuoso e vellutato. Perde totalmente la sua parte più rude.
Annata 2009
Paragonato al 2003 e al 2022 per le temperature medie, con picchi importanti di quasi 40 gradi Centigradi.
Il vigneto essendo in altitudine non soffre grandi problematiche relative al caldo. C’è sempre un’aria fresca che scorre tra le foglie delle viti. Questa tuttavia è stata un’annata molto calda e corrisponde esattamente a quel calore: ne emerge un frutto molto maturo con un effetto cioccolato, suadente e un po’ goloso. È il momento di coglierlo.
Ha forse una vita più corta rispetto agli altri Amaroni di Ca’ dei Frati. Ha tuttavia note ancora un po’ verdi nonostante tutti questi anni in bottiglia: è proprio così, un’annata fresca che porta tannini non molto maturi, lascia che restino crudi anche dopo tanti anni trascorsi in bottiglia. Alla fine del sorso però diventa quasi una marmellata, una crema, risultando un vino molto concentrato.
Igino Dal Cero dice: “È stata un’annata molto particolare. È stata la seconda annata che verificavo, con delle analisi totalmente opposte rispetto al 2008 che era la prima annata da noi prodotta, molto acida, la 2009 invece era molto morbida. Il produttore di fatto può cercare di correggere, ma l’annata e la sua portata climatica emerge sempre. Io sono innamorato del 2008 che è stata la prima annata, il 2009 mi sembrava meno longevo; ora invece la 2008 ha una morbidezza quasi da cioccolato fuso. Il 2009 sembrava più molle con un’acidità più bassa. Invece è ancora qui che vive e lo fa bene: ha una sua sensazione più tipica forse come Amarone, più simile alla media degli Amaroni delle parti più basse della Valpolicella in termini di acidità”.
Il territorio forse qui – inteso come microarea – potrebbe un po’ sentirsi lontano: l’acidità e l’impalcatura che sostiene le morbidezze risultano un po’ molli e meno caratteriali, ma dal punto di vista strutturale queste sensazioni sono mitigate, da una bellissima acidità tipica.
Annata 2008
Tanta esuberanza, è stata la nostra prima indimenticabile esperienza. E’ stata segnata molto dal territorio di Marcellise, cosa a cui abbiamo da sempre teso l’occhio e la nostra attenzione per far emergere lo stesso nelle annate successive.
L’annata 2008 oggi ha ovviamente perso l’esuberanza giovanile tipica della Corvina, ma ha ancora scosse e vibrazioni da ascoltare, quasi in meditazione, che scorrono tra le morbidezze del vino. Sono passati ormai parecchi anni dalla sua vendemmia, ma nonostante ciò, sembra avere una prospettiva di vita ancora lunga.
Il momento della raccolta dell’uva è sempre stato per l’uomo fonte di grande soddisfazione e gioia, ne sono traccia reperti ritrovati in alcune tombe degli antichi egizi, il primo popolo a scoprire e utilizzare il prodotto della fermentazione dell’uva. A quel tempo non esisteva una viticoltura come la conosciamo noi oggi, le vigne crescevano spontaneamente “maritandosi” cioè aggrappandosi agli alberi che crescevano nelle vicinanze. È facile immaginare, quindi, come i grappoli dolci, turgidi e succosi, fossero recepiti dagli uomini di quell’epoca come doni per i quali essere grati alla Natura e agli dei. Nel corso del tempo l’uomo è stato capace di addomesticare le vigne, costruendo per loro tralicci e palizzamenti ai quali queste intelligenti e prolifiche rampicanti potessero reggersi. Sono molti gli affreschi di epoca romana che li raffigurano in momenti di vendemmia, feste dedicate a Bacco e ricchi banchetti in cui vino e uva sono sempre presenti. Anche nel territorio di Lugana sono state ritrovate tracce di viticoltura risalenti a quest’epoca.
Oggi come allora la vendemmia è il momento più importante per chi produce vino, un momento preparato e atteso nel corso di molti mesi, a cominciare dalla potatura invernale delle piante, perché la maturazione dell’uva è il risultato di un’attenzione costante nel corso del tempo. Come tutte le piante anche la vigna per vivere bene e dare i suoi frutti ha bisogno di acqua, luce e sostanze nutritive. Se manca uno di questi tre elementi la pianta blocca la sua crescita e rinuncia a portare a maturazione i grappoli, per riuscire a mantenere il proprio equilibrio e la propria sanità. Un grappolo che giunge a maturazione perfetta ha potuto godere di acqua, di sali minerali e della giusta luce, permettendo alla pianta di realizzare una fotosintesi efficace e di concentrare nei suoi frutti zuccheri, acidi, sali e molte altre sostanze nutritive.
Così è anche per la turbiana, la varietà regina del territorio morenico di Lugana, originato dall’andirivieni delle grandi glaciazioni che hanno sconvolto, congelato e poi disciolto le acque del lago di Garda, determinando col passare dei millenni, il mescolamento di materiali e di detriti fossili ed il loro sbriciolamento in particelle finissime, che hanno poi formato l’argilla di sedimentazione, ricchissima di calcare attivo, che caratterizza questo territorio. La turbiana ha un grappolo piuttosto piccolo e fitto che anche in piena maturazione mantiene un bagliore verde sulla buccia dorata degli acini. Per sua natura è un vitigno con rese piuttosto basse ed il sistema di allevamento prediletto è il guyot.
Profumi di agrume, mandorla, fiori bianchi ed erbette aromatiche: sono questi i sentori tipici del trebbiano di Lugana. Nel vino li ritroviamo con facilità, insieme ad una grande freschezza ed una sapidità molto gustosa che fa salivare a lungo. Il microclima di cui godono le vigne è molto particolare perché beneficia dell’aria fresca che discende dalle montagne del Trentino e allo stesso tempo è sempre mitigato dalla presenza temperante del lago di Garda. Ma ci sono delle differenze tra zona e zona. Questo è il motivo per il quale Igino Dal Cero in Cà dei Frati vinifica separatamente le parcelle che compongono i vigneti aziendali. Le differenze presenti tra terreni più limosi e terreni più sabbiosi e ricchi di scheletro, unita alle diverse esposizioni, dona infatti alla turbiana delle sfumature aromatiche diverse. I terreni ricchi di limo compatto tendono a far emergere sensazioni più agrumate e fresche, mentre nei terreni più ricchi di scheletro si apprezzano note più calde e ricordi di frutta esotica. Racconta proprio Igino: “Vinificare le parcelle separatamente vuol dire esprimere il meglio di ogni appezzamento esaltando le tante sfaccettature della turbiana che, una volta assemblate, vanno a creare un vino complesso sia nella struttura che negli aromi varietali”. Sfaccettature che emergono in modo evidente nei due Lugana prodotti dall’azienda.
Il Lugana “I Frati”, vinificato solo in acciaio, è diretto e fresco, con piacevoli sentori di piccoli fiori e mandorla ed un sorso salino e succoso che si allunga su ricordi balsamici di mentuccia.
Brolettino è invece un Lugana ottenuto da uve maturate più a lungo sulla pianta e questa maggior maturità si esprime nel vino in sentori di polpa gialla di pesca e mela golden, in un palato dall’avvolgente sapidità in cui si fanno spazio profumi suadenti di spezia dolce che rivelano l’affinamento in barrique di questo vino.
Se vuoi assaggiare queste referenze e fare esperienza anche da casa del territorio che questi vini freschi e minerali portano con sé, puoi trovarli nel nostro shop ufficiale qui: www.caffetteriapasticcerialafenice-onlineshop.it.
Chi ama il vino ha un legame stretto con la natura. Un legame inscindibile, quasi ancestrale, di quelli in cui la forma di comunicazione non è parlata o scritta, ma è sentita.
Solo vivendo a stretto contatto con la natura si capisce il vero significato di “Terra Madre”. Nella vigna questo è ancor più percettibile e, osservandola attentamente, ci si rende conto di avere a che fare con una vera forma di vita. Forse per questo si chiama vite?
Del resto, se ci pensiamo, il ciclo di vita della vite inizia proprio con un pianto, una lacrima, che annuncia che tutto sta per nascere, come il vagito di un bimbo. Un momento di grande tenerezza che ogni anno ci incanta. Da quel giorno la pianta assume una fisionomia diversa e si apre alla vita. I piccoli tralci crescono per aggrapparsi ai filari più sicuri per sfidare il vento.
A giugno la vigna vive la sua primavera con la fioritura e rilascia tra i filari un delicato profumo che poi si ritrova piacevolmente nel bicchiere. Ma c’è un momento che più di ogni altro avvicina l’uomo alla pianta. Tra la fine luglio e gli inizi di agosto, accade qualcosa di magico e misterioso: l’invaiatura. Gli acini dalla buccia verde acquisiscono trasparenza e, guardandoli attraverso la calda luce del sole, pare di vedere il grembo materno, e si vive una sensazione simile a quando, con l’ecografia, si percepisce il primo battito del cuore. Da qui il grappolo prende forma e diventa maturo raccogliendo ciò che pianta e suolo possono donargli e tutto il suo sapere viene allora tramandato.
A questo punto il grappolo può avere due destini davanti a sé. Uno che lo porta ad invecchiare, lo raggrinzisce, perde la sua vigoria e pian piano, la sua forza diventa dolce, dolcissima, fino a lasciarsi andare a terra donando i semi che potrebbero portare ad una pianta nuova. L’altro viene raccolto in un clima di grande serenità e gioia. I giorni della vendemmia sono fatti di lavoro duro, di notti insonni, ma anche di canti e risate tra i filari, mentre mani veloci ed esperte selezionano il frutto migliore. Solo dopo queste fasi si trasformerà e diventerà vino, una forma di vita diversa in un universo parallelo dove racconterà le storie dei luoghi da cui proviene in un’altra forma, con un altro aspetto.
Siamo in tempo di vendemmia da ormai dieci giorni. Per il vignaiolo è davvero il periodo più importante dell’anno: gli equilibri naturali sono fondamenti nell’interazione con l’attività umana. Il rispetto della terra e delle vigne è il fondamento della filosofia viticola dell’azienda.
Abbiamo intervistato per voi Igino Dal Cero, il produttore ed enologo di Ca’ dei Frati, sulla nuova annata 2021. Il Turbiana presenta degli ottimi grappoli, dolci e acidi allo stesso tempo, proprio come è tipico del nostro vitigno autoctono per il Lugana DOC. Igino, rubato tra un impegno e l’altro dato il momento molto caldo e delicato, si racconta e si apre tra previsioni, ricordi e novità.
“Ciao Igino, avete iniziato la vendemmia da pochi giorni, ma sicuramente sarai in grado di fare per noi in anteprima una previsione sulla nuova annata di Lugana 2021. Come ti sembra? Quali sensazioni ti suscita? Ma soprattutto sei contento di come sta andando?”.
“La vendemmia 2021 rappresenta un’annata davvero particolare. È stata caratterizzata da forti sbalzi di temperatura e soprattutto da un clima mite non particolarmente caldo, che ha favorito una maturazione corretta, ma non precoce. Proprio per questi motivi la mia sensazione è che ne esca un vino con un’acidità un po’ più alta del solito, a favore di un’aromaticità più sostenuta, quella del bouquet varietale che io amo. Abbiamo perfino spostato la vendemmia di una settimana per favorire la maturazione delle uve: come dicevo infatti, era un po’ indietro, ma per me questo è sicuramente un bene per il prodotto che ne nascerà”.
“Sappiamo Igino che hai tanta esperienza di vendemmie susseguitesi negli anni: se non contiamo male questa è la tua quarantaduesima vendemmia. Ci raccontavi infatti che la tua prima vendemmia è stata a sedici anni, non ancora maggiorenne. Cosa ti porti dietro da un’esperienza così importante?”.
“Accidenti, sono così tante? – sorride Igino, mentre con gli occhi rovista nella memoria – Ricordo bene le prime annate, nonostante fossi un ragazzino. Ricordo molto bene il senso di responsabilità che incombeva su di me data da mio padre Pietro. Parlava poco, giusto qualche dritta, le spiegazioni necessarie per non sbagliare e da cogliere al volo. Ho apprezzato il fatto che mi abbia lasciato sempre “sbagliare”, mi ha sempre fatto lavorare con la mia testa, provando e riprovando, però con il suo fiato sul collo. È stato un insegnamento silenzioso di grande valore e che porterò sempre con me”.
“Che emozioni ti suscita la vendemmia? Il profumo dell’uva, il rumore dei trattori che trasportano l’uva, ma anche i canti e le chiacchiere che nascono da questi momenti rappresentano per te una ritualità che si ripete a distanza di un anno?”.
“Non mi sento di parlare di un rito, anche se è vero che la vendemmia avviene regolarmente ogni anno quando le viti ci regalano i loro frutti. Quello però che mi ha sempre colpito è la continua evoluzione della vendemmia stessa. Ogni anno, tralasciando la qualità dell’annata data dalla natura più o meno clemente, rappresenta per me una crescita continua, una perenne ricerca, per ogni vendemmia, proprio come fosse la prima”. Dopo una breve pausa Igino, si guarda attorno, osserva i ragazzi che lo aiutano nelle diverse mansioni, osserva l’uva in arrivo con sguardo indagatore, ma carico di soddisfazione e aggiunge: “E’ una grande responsabilità: provo un’ansia, intesa positivamente, per capire e comprendere il più possibile le caratteristiche dell’annata, per interpretarla al meglio e valorizzarla. Ma ritengo che sia proprio questa sensazione che mi faccia ragionare e pensare per tirare fuori il massimo che posso ottenere. Ogni anno così mi misuro un po’ con la natura, ma davvero non è mai una sfida. Per me la vendemmia è un regalo, nonostante il periodo di duro lavoro”.
“Sappiamo bene che non sei mai fermo. Nel 2020 infatti hai inaugurato il nuovo impianto di pigiatura. Ci racconti quali sono le sue caratteristiche principali e perchè è così importante per ottenere un buon vino?”.
“Sì, bhè innanzitutto la nostra vendemmia è svolta esclusivamente a mano: in questo modo possiamo selezionare i grappoli e soprattutto possiamo avere più cura del frutto, da cui tutto parte. Arrivata in cantina, l’uva viene caricata nelle presse a caduta. Questo sistema ottimizza al massimo la raccolta. Inoltre ho la possibilità di trattare uva intera, uva pigiata o diraspata, così ho più raggio di azione nel massimo rispetto del frutto. Cosa fondamentale di tutto questo sistema, che mi sta molto a cuore, è la continua protezione dell’uva dall’ossigeno: la mantengo infatti come fosse in una sfera di cristallo per evitare ossidazioni che potrebbero rovinare i suoi sentori varietali. Per quanto mi riguarda non c’è cosa più bella che bere un vino che parla del territorio dal quale proviene, un vino ricco delle sue caratteristiche, dove la mano del vignaiolo rispetta i caratteri dettati dalla natura. È questa la mia interpretazione del vino”.