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Il respiro della vigna nelle notti del Garda

Ci sono momenti della giornata in cui la natura sembra rallentare il proprio ritmo. Il sole si abbassa dietro l’orizzonte, le ultime luci accarezzano i filari e il paesaggio si immerge gradualmente nel silenzio. Per chi osserva da lontano, la vigna pare addormentarsi insieme al giorno appena trascorso. Eppure, proprio quando il rumore si attenua e il lago si fa specchio del cielo, inizia una delle fasi più importanti della sua vita.

La notte è una presenza discreta nel racconto del vino. Si parla spesso della primavera e del risveglio vegetativo, dell’estate e della maturazione, della vendemmia e del faticoso lavoro in cantina. Più raramente ci si sofferma su ciò che accade nelle ore notturne, quando la vite continua il proprio cammino lontano dagli sguardi, accompagnata soltanto dal respiro della terra e dalle brezze che attraversano il Garda.

Eppure, anche il carattere di un vino nasce qui: nel silenzio.

Quando il caldo lascia spazio all’equilibrio

L’estate rappresenta un momento cruciale per la maturazione delle uve. Durante il giorno la vite lavora incessantemente, catturando l’energia del sole e trasformandola attraverso la fotosintesi. Gli acini crescono, accumulano sostanze preziose e iniziano lentamente il loro percorso verso la maturazione.

Con il tramonto, però, tutto cambia.

Le temperature si abbassano, l’aria si fa più fresca e la pianta rallenta il proprio metabolismo. È un passaggio fondamentale. Le notti fresche consentono alla vite di ritrovare equilibrio dopo le ore più calde e contribuiscono a preservare quella freschezza che ritroveremo poi nel bicchiere. Questo succede in particolar modo nella zona del Lugana, dove l’escursione termica è un elemento importante per la crescita delle uve.

Nel nostro territorio il lago di Garda svolge inoltre un ruolo determinante. La sua presenza mitiga gli eccessi climatici, attenuando gli sbalzi di temperatura e creando un ambiente favorevole a una maturazione graduale e armoniosa. Le brezze che accompagnano il passaggio dal giorno alla notte contribuiscono a rendere il clima particolarmente equilibrato, permettendo alle uve di sviluppare complessità senza perdere eleganza.

È un dialogo costante tra acqua, terra e cielo. Un dialogo che si rinnova ogni sera, soprattutto durante il periodo estivo.

Il valore dell’attesa

La natura non conosce scorciatoie.

In un mondo che corre veloce, la vite continua a seguire il proprio ritmo, fatto di stagioni, di luce e di tempo. Le notti estive insegnano proprio questo: l’importanza dell’attesa.

Ogni giorno porta con sé una piccola trasformazione quasi impercettibile. Gli acini cambiano consistenza, gli aromi si affinano, gli equilibri si costruiscono lentamente. Nulla accade all’improvviso. Tutto richiede pazienza.

Per chi lavora in vigneto, questo è il periodo dell’osservazione. Si guarda, si ascolta, si accompagna la natura senza forzarla. La vendemmia è ancora lontana, ma il suo esito si sta già costruendo, giorno dopo giorno, notte dopo notte.

I profumi che nascono nel silenzio

Quando degustiamo un vino come il Lugana DOC, spesso ci lasciamo conquistare dai suoi profumi: note di agrumi, fiori bianchi, frutta matura, erbe aromatiche, varie sfumature minerali.

Dietro quella complessità aromatica si nasconde però un lungo percorso iniziato molto prima della raccolta.

La maturazione delle uve è infatti un processo delicato, influenzato da numerosi fattori ambientali. Tra questi, proprio l’alternanza tra il calore del giorno e la freschezza della notte svolge un ruolo fondamentale. È proprio questo equilibrio che permette alla vite di sviluppare aromi raffinati e di mantenere quella tensione gustativa che rende i grandi vini capaci di emozionare nel tempo.

Ogni notte estiva aggiunge un tassello a questa costruzione invisibile. Un lavoro silenzioso che nessuno vede, ma che si ritroverà, mesi o anni dopo, all’interno di un calice.

La vita segreta del vigneto

Quando cala il buio, il vigneto non è affatto immobile.

Tra i filari continua una vita intensa e sorprendente. Piccoli animali attraversano i campi, gli insetti notturni svolgono il loro ruolo nell’ecosistema, il terreno continua a ospitare una moltitudine di organismi invisibili che contribuiscono alla sua vitalità.

La biodiversità non è soltanto un concetto astratto: è una presenza concreta che accompagna ogni fase della vita della vigna. Un equilibrio delicato che si costruisce nel tempo e che trova nelle ore notturne uno dei suoi momenti più autentici.

Osservare il vigneto di notte significa scoprire una dimensione diversa del paesaggio. Più silenziosa, più discreta, ma non per questo meno viva.

Ogni notte avvicina la vendemmia

L’estate è la stagione di questa attesa.

I grappoli cambiano volto, i colori si trasformano, la maturazione procede seguendo un ritmo che solo la natura conosce davvero. A volte il cambiamento sembra quasi impercettibile. Poi, all’improvviso, ci si accorge che il momento della raccolta è vicino.

La vendemmia non nasce in un solo giorno. È il risultato di una lunga successione di albe e tramonti, di giornate luminose e di notti fresche, di scelte attente e di osservazioni pazienti. Per questo motivo ogni notte ha il proprio valore.

Mentre il lago riflette le stelle e il silenzio avvolge i vigneti della Lugana, la vite continua il suo percorso. Lavora senza fretta, guidata da un sapere antico che appartiene alla natura stessa.

E forse è proprio qui che nasce la vera identità di un grande vino: nella capacità di rispettare il tempo, di ascoltarne il ritmo e di custodirne il valore fino al momento in cui quel racconto arriverà nel bicchiere.

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Degustare il Lugana d’inverno: un dialogo lento tra vino, tempo e silenzio

Il Lugana è un vino che non ama presentazioni affrettate.
Preferisce essere scoperto poco alla volta, come un paesaggio invernale che cambia a seconda della luce e dell’ora del giorno.

In inverno, quando il ritmo rallenta e tutto riporta all’interiorità, il Lugana trova uno dei suoi tempi ideali. Degustarlo non significa analizzarlo, ma entrare in relazione con lui. Sedersi, respirare, ascoltare. È un gesto semplice, quasi meditativo, che si accorda perfettamente con l’atmosfera del lago di Garda nei mesi più silenziosi.

Si comincia osservando il colore. Nel calice il Lugana riflette la luce con discrezione: giallo luminoso, a volte attraversato da riflessi verdolini e lievemente dorati. Non è un colore che cerca attenzione, ma che invita alla calma e alla contemplazione. Guardarlo controluce è già parte dell’esperienza, un modo per preparare i sensi.

Il profumo arriva con delicatezza. Non serve cercare definizioni precise o ricordare aromi imparati a memoria. Basta lasciarsi attraversare da una sensazione. Può evocare frutta fresca a polpa bianca e gialla, a tratti acerba come una mela verde, fiori bianchi come il gelsomino e la camomilla, il ricordo di una boccata d’aria pulita dopo una passeggiata sul lago. Ogni percezione è valida, perché racconta un momento diverso, un ricordo e un’emozione.

Il sorso è il cuore del rito.
In inverno il Lugana sorprende per equilibrio e profondità, soprattutto se si degusta quello dell’annata appena conclusa. È avvolgente senza essere pesante, elegante senza essere distante. Accompagna una cena lenta, una conversazione che si prende il suo tempo, un silenzio condiviso senza imbarazzo.

Un suggerimento che arriva direttamente da Ca’ dei Frati
Per gustare al meglio i vini, non è necessario decantarli, nemmeno per quanto riguarda i vini rossi.
Il consiglio è più semplice e rispettoso: aprire la bottiglia, rimuovere il tappo e lasciare che il vino respiri naturalmente a bottiglia aperta.

  • Vini bianchi come il Lugana: si consiglia di lasciarli aperti circa 15 minuti prima di berli

  • Vini rossi come il Ronchedone o l’Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero: circa 30 minuti

Questo piccolo gesto permette al vino di aprirsi gradualmente, senza forzature, mantenendo intatta la sua armonia. È un approccio che privilegia il tempo e l’ascolto, evitando un incontro tra il vino e l’ossigeno molto improvviso e drastico, come accade utilizzando un decanter.

Degustare il Lugana in questa stagione significa accettare la lentezza come valore. Significa bere meno, ma meglio. Ascoltare di più, intervenire di meno.
Ed è forse questo il legame più profondo tra il vino e il territorio: entrambi danno il meglio quando non vengono sollecitati, ma accompagnati.

Vista sul lago dai nostri locali La Fenice Bistrot e La Lugana Trattoria

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La tavola delle feste: l’arte di Ca’ dei Frati tra vini e piatti della tradizione

In quei giorni in cui l’inverno accende le sue luci e le tavole si fanno canto, si respira, nel silenzio prima del brindisi, nei calori che tornano, un soffio di attesa e di memoria. Le feste non sono solo momenti: sono ritmi sacri, tessuti di mani che preparano, voci che raccontano, profumi che riportano all’infanzia e alla promessa di nuovi inizi.

In questo scenario, un calice diventa un sigillo: un “grazie” che si leva alla terra, al tempo, al rigoroso lavoro che si è svolto tra i filari. Perché nella cantina di Ca’ dei Frati ogni bottiglia nasce da un legame viscerale con il suolo del Garda, con le viti osservate con rispetto e cura, dalla prima gemma fino alla vendemmia. La famiglia, che da generazioni custodisce questo patrimonio, ricorda che ogni giorno conta e che ogni uva, ogni grappolo, è un verso di un poema più ampio.

Così, mentre la tavola si carica di piatti antichi e di affetti rinnovati, il vino si dichiara compagno: fresco quando l’anima desidera leggerezza, strutturato quando la pietanza chiama forza, dolce quando la fine del pasto vuole il lento respiro del congedo. Ogni sorso parla: di fiori bianchi che fioriscono sul lago al mattino, di minerali che raccontano l’argilla e il vento, di frutta matura che trattiene in sé il sole dell’estate appena passata.

Ecco perché la magia vera delle feste, quella che resta oltre le luci e oltre le risate, è fatta di intimità, di armonia, di quei piccoli gesti che dicono “eravamo qui, insieme e lo ricordiamo”. Il calice si colma in quel momento e con esso la gratitudine: alla convivialità, alla storia, alla cura.

In questo spirito, i vini di Ca’ dei Frati non sono semplici etichette: sono racconti liquidi da condividere con chi si ama, strumenti di bellezza che rendono un brindisi non una semplice formalità, ma un atto di partecipazione. Quando la bottiglia viene stappata, si apre un invito al dialogo, alla memoria, alla promessa che ogni anno può accogliere un nuovo inizio pur nascendo dal profondo del passato.

E allora: che il bicchiere si rifletta nelle luci della festa, e che ogni abbinamento sia un ponte tra portata e emozione, tra sapore e ricordo. Proponiamo di seguito per ogni vino di Ca’ dei Frati un abbinamento con un cibo della tradizione, cercando di trovare un avvicinamento con gusto e curiosità per dare qualche suggerimento e idea in vista delle festività dicembrine.

Lugana DOC I Frati

Profilo del vino

Vino bianco tradizionale della tenuta, da uve Turbiana (Trebbiano di Lugana) in purezza.

Colore paglierino con riflessi verdolini, profumi freschi: fiori bianchi, cenni di agrumi freschi e frutta a polpa bianca.

Al palato: acidità vivace, mineralità salina, equilibrato.

Abbinamento consigliato: Risotto al pesce persico del lago di Garda con burro e salvia oppure trota arrosto in cartoccio con limone e erbe del Monte Baldo.

Perché funziona: la freschezza e la mineralità del Lugana I Frati ripuliscono il palato dopo il burro e le erbe aromatiche, le note agrumate e floreali  amplificano la delicatezza del pesce di lago, l’acidità bilancia la texture morbida.

Suggerimento di servizio: servire a circa 10 °C, aprire poco prima per lasciare emergere i profumi.

Brolettino Lugana DOC

Profilo del vino

Un Lugana “di struttura”, sempre da uve Turbiana, affinato per 10 mesi in legno.

Al naso: frutta gialla matura (pesca, mela gialla), note di vaniglia e mandorla tostata, finale balsamico.

Al gusto: pieno, morbido, con freschezza ancora percettibile e sapidità caratteristica.

Abbinamento consigliato: Cappelletti in brodo di cappone oppure Tacchino farcito ai frutti autunnali e castagne o ancora sformato di carciofi e patate con fonduta al pecorino.

Perché funziona: la struttura del Brolettino regge bene preparazioni più complesse e ricche, il passaggio in legno aggiunge morbidezza che abbraccia il brodo ricco oppure il tacchino farcito. Le note di frutta gialla e mandorla tostata entrano in sinergia con le castagne o i frutti secchi, e la freschezza del vino evita che la pietanza risulti troppo pesante.

Suggerimento di servizio: tra 10-12 °C, decantare brevemente solo a bottiglia aperta, se servito con piatto più importante.

Pratto

Profilo del vino

Un bianco contemporaneo pensato per sorprendere: morbido ma teso, ricco ma mai pesante, capace di unire solarità e freschezza in un equilibrio moderno ed elegante.

Al naso: pesca matura, ananas, frutta tropicale, fiori bianchi, note agrumate e un accenno delicato di erbe aromatiche.
In bocca: una dolcezza fruttata iniziale che lascia spazio a un sorso sapido, fresco e dinamico. Il finale è persistente e leggermente balsamico, con richiami alla frutta gialla e alle note agrumate.

Abbinamento consigliato: Crespelle ai funghi porcini e fonduta leggera di formaggio o cappone arrosto con ripieno di mele, erbe e frutta secca oppure tortino di zucca con crema al Parmigiano e amaretti sbriciolati.

Perché funziona: la pienezza e la morbidezza del Pratto si sposano perfettamente con piatti cremosi o leggermente dolci come la zucca o la fonduta. Le sue note tropicali e di frutta matura valorizzano sia i funghi sia i volatili da forno. La sapidità finale lo rende perfetto per piatti con formaggi fondenti o aromi autunnali.

Suggerimento di servizio: tra 10-12 °C, con breve decantazione solo a bottiglia aperta per pochi minuti.

Rosa dei Frati

Profilo del vino

Rosato elegante e fresco

Al naso: fiori di biancospino, mela verde, amarena selvaggia.

In bocca: fresco, sapido, vivace, con buon equilibrio e acidità che invita al bicchiere successivo.

Abbinamento consigliato: Tortino di asparagi selvatici con uovo in camicia e fonduta di parmigiano oppure insalata di gamberi rosa con agrumi e finocchio croccante.

Perché funziona: la freschezza e la sapidità del rosato si legano bene con la delicatezza degli asparagi e dell’uovo, mentre la frutta a polpa chiara e le note di mela verde sposano gli agrumi e il finocchio. Ideale anche come vino per l’aperitivo prima del pasto principale.

Suggerimento di servizio: bene servire a 8-10 °C, preferibilmente in calice ampio ma basso per valorizzare profumi freschi.

Ronchedone

Profilo del vino

Unico vino rosso della cantina che nasce sulle sponde del lago di Garda.

Note olfattive: frutti rossi maturi, mirtilli macerati, amarena sotto spirito, spezie dolci, balsamicità.

In bocca: struttura, calore, persistenza, buona acidità che contrasta la densità.

Abbinamento consigliato: Filetto di manzo al tartufo nero con patate fondenti oppure manzo al vino rosso con polenta taragna o al forno con erbe aromatiche e contorno di funghi porcini.

Perché funziona: la potenza e la struttura del Ronchedone si prestano a carni rosse succulente o selvaggina, le spezie dolci e i frutti rossi richiamano le note del tartufo e dei funghi. L’acidità evita che il piatto risulti troppo corposo.

Suggerimento di servizio: 16-18 °C, decantare solo a bottiglia aperta 15-20 minuti per valorizzare i profumi.

Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG

Profilo del vino

Amarone di fascia alta, unica produzione della cantina in Valpolicella, da uve Corvina, Corvinone e Rondinella.

Al naso: classica amarena, cioccolato fondente, spezie dolci, leggero tabacco e caffè, ma anche balsamico di anice stellato e mentuccia.

Al palato: pieno, corposo, elegante tannino, lungo in bocca, con grande capacità di invecchiamento.

Abbinamento consigliato: Risotto all’Amarone con Monte Veronese oppure brasato di manzo con ristretto all’Amarone con purea di sedano rapa o formaggi stagionati oltre 36 mesi, miele di castagno e noci.

Perché funziona: l’Amarone ha la struttura necessaria per sostenere piatti ricchi e lunghi di cottura, i profumi di cioccolato, spezie e frutta matura si sposano con il carattere intenso del risotto, del brasato o del formaggio stagionato.

Suggerimento di servizio: servire a 18-20 °C, aprire 1-2 ore prima o decantare solo a bottiglia aperta per liberare i profumi; si presta anche alla conservazione nel tempo per diversi anni.

Cuvée Rosé dei Frati Extra Brut

Profilo del vino

Metodo classico da uve rosse con sosta sui lieviti per circa 24 mesi.

Al naso: piccoli frutti rossi, petali di rosa, tracce minerali e saline.

In bocca: elegante, armonico, buona sapidità.

Abbinamento consigliato: Trancio di salmone al forno con agrumi e finocchio croccante oppure insalatina tiepida di gamberi con melograno e finocchietto selvatico.

Perché funziona: la freschezza e la sapidità dello spumante rosé si sposano bene con il pesce e gli agrumi, mentre le note di frutti rossi e petali di rosa richiamano il melograno e la delicatezza del finocchio. Ottimo anche all’aperitivo festivo.

Suggerimento di servizio: servire a 8-9 °C, in calice da bollicine ampio per valorizzare i profumi fruttati e floreali.

Cuvée dei Frati Dosaggio Zero

Profilo del vino

Metodo classico “Dosaggio Zero” (zero zuccheri aggiunti) con una sosta sui lieviti fino a 36 mesi.

Al naso: note biscottate, pane, frutta fresca.

In bocca: “beva croccante”, acidità viva, finali minerali.

Abbinamento consigliato: Capesante gratinate con crema di porro oppure carpaccio di manzo marinato in agrumi e zenzero oppure risotto al tartufo bianco.

Perché funziona: il dosaggio zero esalta la freschezza, l’acidità e la mineralità dello spumante, che possono bene sostenere piatti raffinati e delicati come le capesante o un carpaccio agrumato; la nota biscottata e lievitativa richiama la gratinatura o il tartufo.

Suggerimento di servizio: servire a 6-8 °C, calice da bollicine fini, aprire poco prima per preservare la vivacità.

Cuvée dei Frati Extra Brut

Profilo del vino

Metodo classico con una sosta sui lieviti per circa 24 mesi.

Al naso: fragrante, agrumato e floreale, con sentori di pesca, cui si aggiungono note biscottate, nocciola, fieno e tabacco stagionato date dalla permanenza sui lieviti.

In bocca è setoso, fresco, con acidità viva ma cremosa, adatto anche a tutto pasto.

Abbinamento consigliato: Fritto leggero di lago o di mare (gamberi, calamaretti, alici) o selezione di salumi delicati e affumicati (tipo culatello, speck, prosciutto crudo dolce) con grissini stirati e focaccia semplice.

Perché funziona: il dosaggio zero esalta la freschezza, l’acidità e la mineralità dello spumante, che possono bene sostenere piatti raffinati e delicati come le capesante o un carpaccio agrumato; la nota biscottata e lievitativa richiama la gratinatura o il tartufo.

Suggerimento di servizio: servire a 6-8 °C, calice da bollicine fini, aprire poco prima per preservare la vivacità.

Tre Filer 

Profilo del vino

Passito da uve stramature dolce

Al naso: profumi intensi di frutta secca, miele, agrumi canditi, frutta gialla tropicale e fiori bianchi.

In bocca è avvolgente, ma non stucchevole grazie a buona acidità e vena sapida.

Abbinamento consigliato: Pasticceria secca di mandorle e nocciole, Veneziana, sbrisolona oppure ottimo con formaggi erborinati o molto stagionati.

Perché funziona: la dolcezza mielata e la frutta secca del Tre Filer richiamano i sentori dei dolci tipici del Natale e della pasticceria alle mandorle; l’acidità tipica asciuga il palato e impedisce che il finale risulti pesante o stucchevole.

Suggerimento di servizio: ideale a fine pasto di Natale o Capodanno, servito a 10-12 °C in calice piccolo da dolce, per far uscire le note di frutta secca e miele.

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DOC e DOCG: il valore delle sigle nel mondo del vino

Un viaggio tra rigore, territorio e passione, con lo sguardo di Ca’ dei Frati

Nel mondo del vino italiano non è raro imbattersi in sigle come DOC o DOCG stampate con sulle etichette. Sono acronimi che raccontano molto più di quanto sembri: parlano di tradizione, di legame con il territorio e di qualità tutelata.

Ma qual è la differenza tra queste due denominazioni? E perché contano davvero quando scegliamo un vino?

DOC – Denominazione di Origine Controllata

La sigla DOC garantisce che il vino sia stato prodotto in una zona geografica precisa, nel rispetto di regole ben definite su vitigni, metodi di produzione, resa per ettaro, gradazione alcolica, affinamento e molto altro, a seconda del disciplinare di produzione, ovvero un documento che riunisce tutte le regole e le normative in merito alla produzione di vino specifica per quella determinata zona.

In altre parole, un vino DOC nasce da un’identità riconoscibile, quella di un territorio che ha saputo esprimere, nel tempo, caratteristiche distintive e qualità costante. I vini DOC di solito si riconoscono per la presenza di una fascetta specifica, generalmente posizionata sul collo della bottiglia o sul tappo. Tuttavia per questa tipologia di vini non c’è sempre l’obbligo di apporre questa etichetta.

Un esempio da Ca’ dei Frati

Uno degli emblemi di Ca’ dei Frati è sicuramente il celebre Lugana DOC “I Frati” o Brolettino Lugana DOC, entrambi vini bianchi eleganti, ottenuti da uve Turbiana, coltivate sulle sponde meridionali del Lago di Garda. La denominazione DOC qui sancisce non solo l’origine geografica, ma anche il rispetto rigoroso delle pratiche vitivinicole che valorizzano la freschezza e la mineralità di questo vino.

Il disciplinare per regolamentare la produzione del Lugana ha avuto origine nel 1967 e diede così i natali alla prima DOC della Lombardia. Tra i firmatari di questa prima lista di norme ci fu Pietro Dal Cero, fondatore di Ca’ dei Frati.

DOCG – Denominazione di Origine Controllata e Garantita

La DOCG rappresenta il vertice della piramide qualitativa del vino italiano. A differenza della DOC, richiede regole ancora più stringenti e controlli aggiuntivi.
Ogni bottiglia DOCG:

  • è numerata e sigillata con un contrassegno di Stato;

  • deve superare analisi chimico-fisiche e organolettiche eseguite da commissioni di esperti;

  • può essere imbottigliata solo nella zona di origine.

La DOCG è, quindi, un sigillo di eccellenza e affidabilità.

Esempio dal mondo Ca’ dei Frati

Un vino che porta la firma di Ca’ dei Frati e la prestigiosa sigla DOCG è l’Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero, una delle creazioni più intense e maestose della cantina. Prodotto con uve Corvina, Corvinone e Rondinella lasciate appassire a lungo, questo vino esprime la profondità e l’eleganza della Valpolicella, declinata nello stile di Ca’ dei Frati.
L’etichetta Amarone DOCG è garanzia di una lunga attesa, di una selezione rigorosa e di un sorso capace di raccontare una storia antica.

DOC o DOCG: cosa cambia per chi beve?

Per il consumatore attento – ma non necessariamente esperto – sapere che un vino è DOC o DOCG aiuta a:

  • fidarsi della provenienza e della qualità;

  • apprezzare l’identità territoriale del vino;

  • riconoscere lo sforzo produttivo che c’è dietro ogni bottiglia.

Va detto che non esistono scorciatoie: molti vini eccellenti sono “solo” DOC per scelta stilistica o territoriale, ma la DOCG è un passo ulteriore di responsabilità e impegno.

Scegliere con consapevolezza

DOC e DOCG non sono sigle da leggere distrattamente, ma porte d’ingresso in un mondo di cultura e cura. Ca’ dei Frati cerca di interpretare da tempo entrambe le denominazioni con eleganza e coerenza: dal fresco e minerale Lugana “I Frati” al solenne e strutturato Amarone Pietro Dal Cero, ogni etichetta è un invito a scoprire l’Italia attraverso il vino.

Per chi ama degustare con l’anima, non è solo questione di denominazione: è un incontro tra paesaggio, storia e passione.

Se desideri provare queste etichette, puoi trovarle qui: Lugana I Frati DOC e Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero DOCG.

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Il tappo speciale di Ca’ dei Frati

Quando il tappo fa la differenza

Nel mondo del vino, ogni dettaglio racconta una storia. A partire dal vigneto, dove la vite affonda le radici nella sua terra, fino al momento in cui il vino viene versato nel calice, ogni passaggio inerente a questo nettare parla della cura, dell’esperienza e della visione di chi lo produce. C’è però un elemento, spesso trascurato ma fondamentale, che custodisce e accompagna il vino nel tempo, che permette la sua conservazione: il tappo.

In Ca’ dei Frati, si crede che la qualità sia il risultato di un equilibrio perfetto tra tradizione e innovazione, e visitando le cantine questo binomio emerge chiaramente. È per questo che la scelta è stata quella di adottare i tappi Nomacorc della linea Green Line di Vinventions, una soluzione che non solo garantisce la protezione ottimale del vino, ma rappresenta anche un importante passo verso una viticoltura sempre più sostenibile e rispettosa dell’ambiente.

Una scelta consapevole: sostenibilità certificata

Il tappo non è solo un sigillo. È anche un gesto, una dichiarazione di responsabilità nei confronti dell’ambiente. I tappi Nomacorc Green Line sono realizzati con biopolimeri ottenuti dalla canna da zucchero, una risorsa rinnovabile che riduce drasticamente l’uso di materiali di origine fossile. Inoltre, sono completamente riciclabili.

Nel 2024, proprio grazie all’impiego di questi tappi speciali, Ca’ dei Frati ha evitato l’immissione in atmosfera di 6.254 chilogrammi di CO₂. Un dato certificato è stato a proposito rilasciato da Vinventions che conferma l’impatto concreto delle scelte produttive attente all’ambiente.

Il tappo come custode della qualità

Scegliere un tappo Nomacorc significa anche – e soprattutto – valorizzare l’identità del vino, rispettandone la fragranza, la freschezza, l’evoluzione nel tempo, ma soprattutto le caratteristiche sue proprie che derivano dal territorio, dal clima e dal vitigno.

Uno degli aspetti più critici nella conservazione del vino di solito è quello che riguarda la gestione dell’ossigeno. Troppo ossigeno può accelerare la polifenoliossidasi, ovvero l’ossidazione, mentre troppo poco ossigeno può limitare lo sviluppo aromatico. La linea Nomacorc è progettata per offrire una permeabilità controllata (OTR – Oxygen Transfer Rate), permettendo così di adattare il tappo alle specifiche esigenze di ogni vino, nel rispetto della filosofia del produttore, Igino Dal Cero, che in tutta la linea dei vini di Ca’ dei Frati vuole far risaltare il profilo aromatico autoctono delle uve.

Studi comparativi dimostrano che il tappo Nomacorc è in grado di eliminare completamente il rischio di contaminazione da TCA, meglio noto come “sentore di tappo”. Nei test, il 100% delle bottiglie chiuse con Nomacorc il vino è risultato privo di difetti, contro percentuali molto più alte nei tappi tradizionali. L’utilizzo di questo tappo significa avere rispetto di un lavoro lungo, che richiede non solo fatica, ma anche tempo e tante energie, prima di vedere il vino roteare nel bicchiere.

L’esperienza di Ca’ dei Frati

All’interno della produzione aziendale, si è scelto di utilizzare i tappi Nomacorc su tutte le referenze (il tappo per i vini spumanti è in fase di test e di definizione da parte di Vinventions), in particolare anche sui due vini più rappresentativi della cantina:

  • I Frati Lugana DOC, il vino bianco elegante e fresco iconico dell’azienda, vinificato in acciaio e affinato sui lieviti fini per dodici mesi. Per questo vino, la chiusura Nomacorc garantisce la protezione aromatica e la longevità ideale, nel rispetto dei sentori aromatici tipici dell’uva Turbiana.

  • Pietro Dal Cero Amarone della Valpolicella DOCG, il classico vino rosso possente e strutturato, frutto di un lungo appassimento delle uve e un affinamento in barrique di rovere francese. Anche qui, il tappo Nomacorc contribuisce a mantenere intatta la complessità olfattiva e gustativa del vino nel tempo. Trattandosi di un vino da lungo affinamento, il vantaggio di questo tappo tecnico è il controllo sul passaggio di ossigeno, potendo così prevedere nel tempo la qualità e l’andamento dell’affinamento del vino in bottiglia durante gli anni.

In entrambi i casi, il tappo diventa un alleato silenzioso ma essenziale per garantire la massima qualità, essendo capace di custodire l’essenza del vino fino al momento della stappatura.

Guardare al futuro, rimanendo fedeli alla propria identità

Innovare senza tradire la propria storia: è questa la filosofia che guida Ca’ dei Frati. L’adozione dei tappi Nomacorc è parte di un percorso più ampio, fatto di ricerca, rispetto per la natura e volontà di offrire ai nostri clienti vini che siano non solo buoni, ma anche eticamente responsabili. “Il tappo deve vincere il premio Oscar come attore non protagonista, perché il vero protagonista deve essere e rimanere solo e soltanto il vino, prezioso e ricercato, conservato nella bottiglia”, come dice Antonino La Placa, direttore commerciale di Vinventions Italia.

“Taste the difference”, recita il motto di Vinventions. E davvero, assaporare un vino ben conservato, senza difetti, nella sua piena espressione aromatica, è un’esperienza che racconta la differenza. Una differenza che nasce da scelte consapevoli, anche nei dettagli più piccoli. Come un tappo.

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La vendemmia tecnicamente

La vendemmia rappresenta uno dei momenti più importanti nella produzione del vino, un processo che unisce tradizione e conoscenze tecniche per garantire il massimo della qualità e i migliori risultati dopo tanto lavoro e fatica nel vigneto. La raccolta delle uve è davvero una fase cruciale, che influisce direttamente sul risultato finale del vino, sia esso rosso, bianco o rosato.

Ma quali sono le varie fasi della vendemmia? Come si decide il momento giusto per raccogliere le uve? E cosa succede dopo la raccolta?

Quando raccogliere: il momento ideale

La vendemmia inizia con una domanda fondamentale: quando raccogliere l’uva? La scelta del momento giusto dipende principalmente dalla maturazione del frutto stesso, che a sua volta è influenzata da diversi e numerosi fattori, spesso dipendenti dalle condizioni della natura del luogo:

  • Varietà dell’uva: ogni varietà di vite ha il suo periodo ideale di maturazione, ancor più se si tratta di uve “autoctone” che crescono e rendono particolarmente bene nell’ambiente in cui si trovano.
  • Condizioni climatiche: sole, pioggia, temperatura e ventilazione influiscono moltissimo sullo sviluppo dei grappoli. Anche il meteo della stagione in corso influisce sia sulla maturazione delle uve, sia sulla vendemmia stessa (in caso di numerosi giorni di pioggia la vendemmia potrebbe prolungarsi molto, con il rischio di oltrepassare il grado perfetto di maturazione e quindi il momento migliore della raccolta).
  • Condizioni del suolo: il tipo di terreno (nel caso del Lugana si tratta di suolo argilloso, sabbioso e calcareo) può favorire o rallentare la maturazione.

La maturazione dell’uva invece viene valutata dagli agronomi tramite l’osservazione di tre aspetti chiave:

  • Maturazione zuccherina: misurata tramite il contenuto di zucchero (fruttosio) nell’uva, che influisce sul futuro grado alcolico del vino.
  • Maturazione fenolica: riguarda la presenza di tannini e polifenoli, particelle contenute negli acini, fondamentali per il colore e la struttura dei vini, soprattutto rossi.
  • Acidità: un’adeguata acidità assicura freschezza ed equilibrio al vino, soprattutto nei bianchi e in modo particolare nel Lugana DOC.

Per determinare il momento esatto della raccolta, i viticoltori utilizzano strumenti specifici, come il rifrattometro per misurare il grado zuccherino del succo d’uva e l’acidimetro per valutarne invece l’acidità. Una volta che l’uva ha raggiunto l’equilibrio ideale tra questi fattori, solo allora si procede alla raccolta, che nel caso di Ca’ dei Frati è svolta totalmente a mano per poter selezionare solo i migliori grappoli e per poter tornare due volte in vigna per raccogliere nello stesso vigneto uve con gradi di maturazione differenti.

La raccolta manuale: un’arte di qualità

Anche se esistono numerose possibilità e tecniche di raccolta meccanizzata, la raccolta a mano è considerata la migliore per garantire la qualità del futuro vino. Questo metodo permette una selezione accurata dei grappoli, scartando quelli non perfettamente maturi o danneggiati. L’uva inoltre viene raccolta delicatamente per evitare rotture premature degli acini, che potrebbero compromettere la qualità del mosto a causa di fermentazioni che possono partire spontaneamente. Inoltre nel caso di Ca’ dei Frati dopo una prima raccolta, si torna nello stesso vigneto circa 45 giorni dopo, per raccogliere le stesse uve a un grado di maturazione diverso, per donare al vino una maggiore struttura e un migliore equilibrio tra naso e palato.

Dopo la raccolta: cosa succede alle nostre uve

Una volta raccolte, le uve vengono immediatamente trasportate in cantina per la fase successiva: la pressatura. In questa fase, si estrae il dolce succo dagli acini, attraverso una pressatura soffice del frutto, ottenendo così un mosto con il quale poi avviare immediatamente il processo di fermentazione, per trasformarlo in vino.

La pressatura: cos’è e come funziona

La pressatura consiste nello schiacciare gli acini per estrarne il succo, chiamato appunto mosto, che diventerà poi vino attraverso il processo di fermentazione. L’obiettivo è ottenere il mosto senza rompere eccessivamente i semi e le bucce, che potrebbero rilasciare sostanze indesiderate, percepibili di conseguenza nel vino.

Esistono in particolare tre tipologie principali di pressatura, a seconda del tipo di vino che si vuole ottenere:

  • Pressatura per i vini bianchi: per i bianchi come il Lugana DOC, la pressatura avviene quasi subito dopo la raccolta e prima della fermentazione. Si schiaccia delicatamente l’uva per ottenere un mosto limpido e senza contatto prolungato con le bucce, che rilascerebbero colore e tannini (che danno sensazioni astringenti al palato). Questo processo preserva così la freschezza e l’acidità del frutto, rendendoli percepibili poi nel futuro vino.
  • Pressatura per i vini rossi: nel caso dei rossi, la pressatura avviene dopo una fase di macerazione in cui il succo d’uva resta a stretto contatto con le bucce per estrarne il colore, i tannini e gli aromi caratteristici. Solo al termine della macerazione (il periodo è variabile a seconda del vino rosso che si vuole ottenere), il mosto viene separato dalle bucce.
  • Pressatura per i vini rosati: per i rosati, la pressatura segue una macerazione breve, solitamente di poche ore. Questo permette di estrarre solo una leggera quantità di colore dalle bucce (motivo per cui il vino diventa rosa e non rosso), ottenendo il tipico colore rosato e un vino di corpo medio, fresco e delicato.

La vendemmia è un’arte che richiede attenzione e competenza in ogni fase, dalla scelta del momento giusto per la raccolta fino alla pressatura delle uve. Ogni dettaglio, dal metodo di raccolta alla tipologia di pressatura, contribuisce a definire il carattere e la qualità del vino finale. Che si tratti di un vino bianco fresco, un rosso strutturato o un rosato profumato, la cura in questi passaggi garantisce un prodotto di alta qualità, capace di esprimere al meglio il territorio e la passione di chi lo produce.

Se vuoi scoprire come è stata la vendemmia, consulta il nostro “Diario della vendemmia” con numerosi dettagli e curiosità giorno per giorno.

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La vendemmia: è subito magia!

La vendemmia è un momento simbolico per il mondo del vino, segnando il passaggio dalla cura della vigna alla nascita di vini pregiati. È il periodo in cui si raccolgono le uve, solitamente da fine agosto a ottobre, a seconda della varietà di vite e delle condizioni pedoclimatiche. È una fase che richiede grande attenzione e anche precisione, poiché il grado di maturazione delle uve è cruciale per determinare la qualità finale del vino, il colore e gli aromi. La vendemmia può essere fatta manualmente o con l’ausilio di macchinari, ma l’obiettivo resta lo stesso: preservare l’integrità del frutto. In Ca’ dei Frati, per ottenere delle uve sane e rispettare il prodotto di Madre Natura, si preferisce una vendemmia totalmente manuale, non solo in Valpolicella, ma anche in terra di Lugana, anche laddove il disciplinare non obbliga alla manualità. La vendemmia di solito in terra di Turbiana inizia tra la fine di agosto e i primi giorni settembrini.

Le fasi della vendemmia comprendono innanzitutto la determinazione del momento ideale per raccogliere le uve. Questa decisione si basa sull’analisi della maturazione zuccherina, fenolica e acida degli acini, insieme a fattori come la varietà dell’uva e lo stile di vino che si vuole ottenere. La raccolta può essere effettuata all’alba o nelle ore serali per evitare il calore del giorno, preservando così la freschezza degli acini. Nella declinazione di Ca’ dei Frati la vendemmia è iniziata dal mattino presto fino al pomeriggio, sotto il costante controllo dell’agronomo, Gianfranco, e di Igino, enologo e produttore.

Dopo la raccolta, inizia la fase di pigiatura e diraspatura, che separa gli acini dai raspi. Questa fase in cantina viene svolta in totale assenza di ossigeno, infatti le uve appena arrivate in cantina vengono saturate di Co2 per evitare ossidazioni già a partire dal frutto e dal mosto che è in grado di donare. A seconda del tipo di vino (bianco, rosso o rosato), si potrà incontrare una fase chiamata macerazione, per il rilascio di colore rosso, se prolungato, o rosato, se il tempo di contatto è minore. Il processo prosegue con la fermentazione in vasche d’acciaio, dove avviene ufficialmente la trasformazione del mosto in vino grazie all’azione dei lieviti. Infine, i vini passano alla maturazione, che può avvenire in acciaio o legno di rovere francese in Ca’ dei Frati, e alcuni di essi possono essere affinati per alcuni anni prima di essere imbottigliati.

L’approccio di Ca’ dei Frati alla vendemmia è quello di coniugare tradizione e innovazione, ma per davvero. L’azienda si distingue infatti per l’attenzione alla viticoltura e alla vinificazione sostenibile, dove la raccolta manuale delle uve è preferita per garantire già in pianta una selezione rigorosa. Le vigne di Ca’ dei Frati godono di un microclima ideale, con il lago vicino che mitiga le temperature e il suolo calcareo-argilloso che conferisce mineralità e dona una freschezza tipica a tutti i vini qui prodotti. Questa combinazione di fattori naturali, unita alla cura della famiglia Dal Cero, si traduce in vini di grande eleganza e complessità, studiati e prodotti da ben quattro generazioni.

Il Lugana “I Frati” DOC, ad esempio, è uno dei prodotti più rappresentativi dell’azienda. Le uve sono vendemmiate con precisione, assicurando che ogni grappolo sia raccolto al giusto grado di maturazione: per questa ragione si fanno ben due vendemmie nello stesso vigneto, selezionando in una prima fase le uve da lasciare in pianta, vendemmiandole in un secondo passaggio circa 45 giorni dopo. Il risultato è un vino dalle note floreali e fruttate, equilibrato da una piacevole acidità e una struttura minerale. Ca’ dei Frati tuttavia non si limita al Lugana: la gamma comprende anche un unico vino rosso della zona, il Ronchedone, e spumanti Metodo Classico, come il Cuvée dei Frati Extra Brut, realizzati con la stessa attenzione alla qualità in tutte le fasi di produzione.

Se vuoi scoprire di più sulle tecniche di cantina per la realizzazione di questi vini speciali, vieni a trovarci e prova le nostre visite speciali a cantina chiusa: le trovi qui!

La vendemmia rappresenta l’anima del processo vitivinicolo e aziende come Ca’ dei Frati ne sono custodi eccellenti. Grazie a una combinazione di esperienza, innovazione e rispetto per il territorio, Ca’ dei Frati continua a produrre vini che mirano a raccontare la storia e la tradizione della zona del Lugana, contribuendo a mantenere viva l’essenza della vendemmia italiana. Segui, se sei curioso, il nostro “Diario della Vendemmia” con i racconti trasparenti e direttamente dalla vigna di ogni annata.

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Il territorio del Lugana: storia, denominazione e curiosità

Il territorio del Lugana DOC: un’eccellenza italiana

Il Lugana DOC è uno dei gioielli del panorama vitivinicolo italiano, situato in una zona particolarmente vocata alla produzione di vini di alta qualità. Il territorio del Lugana si estende tra la Lombardia e il Veneto, abbracciando le dolci colline che circondano il Lago di Garda: si tratta infatti di una denominazione interregionale, ovvero divisa appunto tra due regioni italiane. Sono in particolare cinque comuni nei quali si può produrre Lugana DOC: Lugana, Desenzano del Garda, Lonato, Pozzolengo (tutti nella sponda bresciana) e Peschiera (unico comune del Veneto). Questo territorio offre un terroir unico, caratterizzato da suoli argillosi e sabbiosi, ricchi di minerali, che conferiscono ai vini una spiccata freschezza e complessità, tipiche proprio del Lugana DOC, contribuendo così alla sua unicità e riconoscibilità. La parte meridionale del lago di Garda dove infatti si produce questo vino è caratterizzata da componenti moreniche che contribuiscono alla mineralità del vino. Inoltre si deve ricordare che il lago di Garda, nonostante la presenza di terme naturali con falde di acqua calda, ha origine glaciale, fatto che ha contribuito alla freschezza del suono. Nel caso di Ca’ dei Frati, i 300 ettari di proprietà aziendali si trovano sia verso le coste del lago sia in collina, sempre in un raggio di circa 20km attorno all’azienda: questo permette di ottenere una maggiore complessità nel prodotto finale, sfruttando le potenzialità di suoli diversi per la crescita dei grappoli.

La Superficie e la Produzione

Il territorio del Lugana DOC copre un’area di circa 2.500 ettari, suddivisi appunto tra le province di Brescia e Verona. La produzione annua si aggira intorno ai 18 milioni di bottiglie, rendendo il Lugana uno dei vini bianchi italiani più apprezzati sia a livello nazionale che internazionale, in particolare in Germania. Negli ultimi anni, la crescente domanda di Lugana ha portato a un incremento delle superfici vitate e a una maggiore attenzione alla qualità della produzione. Il disciplinare è nato nel 1967, come prima denominazione in Lombardia. Esso contiene tutte le regole per ottenere la fascetta della DOC. Solo due anni dopo, nel 1969 nasce in Ca’ dei Frati la prima bottiglia di Lugana DOC imbottigliato; infatti in origine questo vino era apprezzato dalle famiglie contadine locali che lo compravano sfuso in damigiane. La mentalità imprenditoriale di Pietro Dal Cero, fondatore di Ca’ dei Frati, insieme ad altri coltivatori della zona, ha fatto sì che il Lugana avesse una maggiore importanza dando così origine al disciplinare che conosciamo ancora oggi.

Le Uve del Lugana

Il vino Lugana è ottenuto principalmente dal vitigno “autoctono” a bacca bianca Turbiana, conosciuto anche come Trebbiano di Lugana. Questa varietà di uva, grazie alle particolari condizioni climatiche del lago, sviluppa caratteristiche uniche: aromi freschi e fruttati di spicco, acidità equilibrata, sapidità e un ottimo potenziale di invecchiamento. La Turbiana è l’anima del Lugana e viene coltivata in modo meticoloso per preservarne tutte le peculiarità. Si presenta con un grappolo grande e ricco di acini, piuttosto fitti tra loro. La naturale escursione termina tra il giorno e la notte dona umidità alle piante e la costante brezza del vento della baia di Lugana, il Luganott, asciuga gli acini, mantenendoli sani fino alla vendemmia.

Le Tipologie di Vino

Il disciplinare del Lugana DOC prevede diverse tipologie di vino, ciascuna con caratteristiche specifiche, e in Ca’ dei Frati puoi trovare:

Lugana DOC: Il vino che si distingue per la sua freschezza, note floreali e fruttate e una piacevole sapidità. È un vino versatile, ideale per accompagnare piatti di pesce e antipasti leggeri. Si sposa perfettamente con piatti della cucina locale o come aperitivo.

Lugana Privilegio di Famiglia: E’ un vino di grande eleganza, con aromi potenti, spesso arricchiti da sentori di frutta esotica, vaniglia e minerali. Si tratta di un Lugana affinato per almeno 5 anni in cantina prima della vendita.

Lugana Vendemmia Tardiva, il nostro Pratto: Ottenuto da uve raccolte tardivamente, questo vino presenta una dolcezza naturale bilanciata da una buona acidità, con note di frutta secca e miele. È perfetto come vino da meditazione o in abbinamento a piatti di pesce e crostacei. Nel caso del nostro Pratto, il blend oltre al Turbiana prevede Chardonnay e Sauvignon Blanc. Esiste anche la versione passito, il Tre Filer, con uve appassite naturalmente in pianta.

Lugana Spumante: Prodotto con metodo classico nel caso di Ca’ dei Frati, il Lugana Spumante è un vino fresco e vivace, con bollicine fini e persistenti e un bouquet aromatico che spazia dai fiori bianchi alla frutta a polpa gialla. In Ca’ dei Frati troverai la versione Extra Brut, con una piccolissima percentuale di zucchero, o anche la versione Dosaggio Zero, totalmente secca.

Se vuoi provare la nostra gamma di vini e le varie declinazioni di Turbiana puoi acquistare anche online i vini di Ca’ dei Frati da questo sito.

Il Lugana DOC è un esempio brillante di come un territorio, quando valorizzato, possa dare vita a vini straordinari. La combinazione di un terroir unico, un vitigno autoctono come la Turbiana e la dedizione dei produttori locali, rende il Lugana un vino di grande personalità e riconoscibilità. È una denominazione che continua a crescere in prestigio e che merita di essere conosciuta e apprezzata per la sua capacità di esprimere al meglio la tradizione e l’innovazione del vino italiano. Ti aspettiamo quindi alle prossime visite enogastronomiche speciali che trovi qui!

 

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Murano e Lugana si incontrano

Luce di Vino: l’arte dei lampadari di Murano in Ca’ dei Frati

Nel cuore della nostra rinomata cantina vinicola, un’arte antica e raffinata ha trovato una nuova espressione. Il maestro vetraio di Murano, Fabio Fornasier, la cui vetreria di famiglia nasce più di cinquanta anni fa, con la sua straordinaria abilità e passione, ha creato dei lampadari che non solo illuminano gli ambienti, ma raccontano una storia di tradizione e innovazione, di terra e fuoco, di vino e vetro. La filosofia dietro queste creazioni artigianali è davvero unica: rivoluzionaria e tradizionale al contempo. Il vetro soffiato prende vita in movimenti dinamici, quasi spettinate da un vento leggero, proprio come un respiro perpetuo del maestro che vorrebbe continuare a plasmare le forme della sua creazione.

La magia di Murano

Murano, un’isola di Venezia, è famosa in tutto il mondo per la sua arte vetraria, una tradizione che risale a secoli fa. Gli artigiani di Murano, con le loro mani esperte, trasformano la sabbia in vetro, dando vita a opere d’arte che affascinano e incantano. Il maestro vetraio coinvolto in questo progetto, Fabio Fornasier, amico della famiglia Dal Cero, ha portato avanti questa nobile tradizione, infondendo ogni pezzo con un tocco di modernità e creatività. In Ca’ dei Frati sono ben quattro le opere che ha portato a termine in segno di profonda amicizia, dedicando i suoi magici lampadari ai vini più iconici dell’azienda.

Un’unione di arte e natura

Per questi lampadari, il maestro vetraio ha infatti scelto di ispirarsi ai colori dei vini prodotti dalla cantina. Ha studiato attentamente le sfumature del rosso rubino del Ronchedone, del bianco dorato del Lugana e del rosato delicato della Rosa dei Frati, cercando di catturare la loro essenza incastonandola nel vetro. Ogni pezzo è stato soffiato a mano, con infinita cura e precisione, per riflettere le tonalità e le trasparenze uniche dei vini e per far brillare la cantina attraverso il suo stesso prodotto.

La creazione dei lampadari

Il processo di creazione è stato un vero e proprio atto d’amore. Ogni lampadario è composto da decine di pezzi di vetro, ognuno dei quali è stato realizzato con meticolosa attenzione ai dettagli e anche il montaggio è stato fatto manualmente dalla famiglia Fornasier che da Venezia è giunta a Lugana per l’installazione. Il maestro vetraio ha utilizzato tecniche tradizionali di soffiatura del vetro, combinandole con innovative sperimentazioni di colore. Il risultato è stato l’ottenere lampadari che sembrano quasi vivi, con colori che mutano e scintillano alla luce, creando un’atmosfera magica e suggestiva, che aiuta l’immersione e la concentrazione sul vino.

Un ponte tra passato e futuro

Questi lampadari rappresentano molto più che semplici oggetti di design. Sono un ponte tra il passato glorioso dell’arte vetraria di Murano e il presente vibrante della viticoltura. Ogni lampadario racconta una storia di dedizione, di passione e di maestria. Guardandoli, si può quasi percepire l’eco del passato e il sussurro del futuro, uniti in un abbraccio luminoso. Ca’ dei Frati è da anni attenta all’ambito artistico, selezionando artisti e designer a chilometro zero tra Brescia, Verona e Venezia: tanti arredi e dettagli negli ambienti destinati al pubblico sono stati realizzati con tecniche manuali antiche.

Un’esperienza di luce e colore

Entrare in Ca’ dei Frati e vedere questi lampadari è un’esperienza unica. La luce che filtra attraverso il vetro colorato crea un gioco di riflessi e sfumature che avvolge lo spazio in una calda e accogliente luminosità: nel nostro negozio si deve portare lo sguardo in alto per ammirare le tre magiche opere di Murano; la quarta si trova sopra la zona delle casse, prima dell’uscita. Il colore e la luminosità sono così caratteristici che è come se il vino, con i suoi colori e le sue trasparenze, prendesse vita e si diffondesse nell’aria, raccontando storie di vigneti soleggiati e di mani sapienti che hanno lavorato con passione.

La dedica

Questi lampadari sono un omaggio alla tradizione e all’innovazione della nostra cantina, un ponte luminoso tra il passato glorioso dell’arte vetraria e il presente vibrante della viticoltura. Non si può che rimanere incantati dalla bellezza che nasce quando l’arte incontra la passione, creando una luce che parla di vino e di vetro, di terra e di fuoco. Fabio Fornasier dedica alla famiglia Dal Cero queste creazioni nate dalle sue mani a Murano, per celebrare l’amicizia all’insegna dei valori condivisi dell’artigianalità italiana.

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I colori del vino bianco

Un raggio di luce filtra nel bicchiere, il centro dell’osservazione: occhi attenti scrutano l’unghia del vino, che ruota nel calice, fino alla sua parte più colorata al centro del vortice. Poi si osservano i riflessi e il suo grado di brillantezza, la capacità di riemergere dalla luce, di restituire emozioni in colori. Sono sfumature e sottigliezze colorate ottenute da molteplici fattori: l’età del vino, il suo affinamento, la sua maturazione, ma anche il tipo di uva e la composizione chimica degli acini. Sono quattro le parole che determinano le emozioni percepite dagli occhi in primis, nel vedere roteare il vino in un calice:

  • Gli antociani, responsabili del colore rosso;
  • I flavoni, responsabili del colore giallo e delle sue variazioni al bianco;
  • I leucoantociani
  • Le catechine, che insieme ai precedenti donano le sfumature al vino.

Il colore inoltre è un indice non solo emozionale ed emotivo, ma anche di certezza: osservandolo infatti ci racconta molto della storia di un vino. Esprime il suo percorso, la sua vita, il suo riposo e la sua vitalità. E’ una sorta di indice di benessere che percepiamo con uno dei nostri sensi, in seguito al quale andremo a verificare con gli altri – il naso principalmente, – ascoltando il vino attraverso le sue emanazioni odorose.

In particolare il giallo del vino bianco subisce variazioni nel corso della nascita del prodotto, ma banalmente possiamo affermare che deriva da uve a bacca bianca che hanno subito una semplice spremitura, senza contatto (o nel caso si tratta di un contatto molto veloce a bassa temperatura) con le bucce, diversamente dal vino rosso che richiede un contatto macerativo più prolungato proprio per l’estrazione delle particelle coloranti.

Tale veloce contatto con le bucce non permette quindi il rilascio di colore (e di tannini, che risulterebbero fastidiosi nel vino bianco); inoltre le basse temperature a cui si svolge questo passaggio permettono di ottenere nel mosto sentori primari fini e raffinati – principalmente di frutta e di fiori – che contraddistinguono generalmente i vini bianchi. In caso contrario, qualora si faccia macerazione anche con uve a bacca bianca, si può parlare di vini macerati, come gli “orange wine”, carichi di colore fino a tonalità aranciate, che possono anche contemplare durante la produzione il principio dell’ossidazione.

Esistono infatti numerosi colori che possiamo associare a un vino bianco: tante sfumature, da palette più tenui a tonalità più cariche. Ciascuna di esse ha qualcosa da raccontarci, ma ci serve qualche parametro per poter interpretare correttamente questo codice enologico.

La valutazione cromatica del sommelier, detta anche sensazione cromatica (perchè percepita con l’organo della vista che varia in ogni caso in base alla fisiologia dell’osservante), contempla tre elementi: il primo è il colore puro, ovvero la lunghezza d’onda di colore dominante, cioè lo spettro di colore. Nei vini bianchi esso si divide in: giallo verdolino, giallo paglierino, giallo dorato e giallo ambrato in ordine di intensità. Segue poi la saturazione cioè l’intensità cromatica, a seconda che il vino sia più o meno “scarico” di colore. Infine la luminosità che non è altro che la vivacità cromatica.

I vini di Ca’ dei Frati, nella loro freschezza e mineralità, osservano per lo più i primi stadi del colore giallo, ovvero verdolino e ancor più adatto il paglierino, se ci riferiamo in particolare al Lugana I Frati Doc e al Brolettino, che grazie al passaggio in barrique di rovere francese nuovo, acquista qualche nota più carica. Naturalmente se ci riferiamo alle stesse etichette, ma nella versione Privilegio di Famiglia, con cinque anni di affinamento in bottiglia, si noterà che il colore giallo paglierino negli anni raggiunge sempre più lucicanze dorate, che accompagnano una virata dei sentori verso il tema del balsamico. Il Pratto invece, trattandosi di una vendemmia tardiva, si situa tra il giallo paglierino e il giallo dorato, soprattutto se tenuto qualche mese in più in affinamento. Allo stesso modo il Tre Filer, il passito da uve Turbiana, Chardonnay e Sauvignon Blanc – blend uguale al Pratto – si propone già con una veste più luminosa e carica di un giallo dorato, riverberato dalla dolce viscosità propria di questo nettare.

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Il brindisi perfetto tra storia e Lugana

Il vino, antica elisir dell’umanità, ha da sempre celebrato la convivialità, intessendo una trama di tradizioni che si snodano nel corso dei secoli, attraverso l’arte del brindisi. Questa pratica, radicata fin dall’antichità, trova ancor oggi una piacevole pratica in alcuni momenti dell’anno, come a Capodanno, condividendo con amici e parenti le eccellenze vinicole come quelle proposte dalla nostra cantina Ca’ dei Frati, custode della tradizione del Lugana DOC.

Il nome “brindisi” pare derivi dal tedesco “bring dir’s”, ovvero “porto a te” (probabilmente si intende “il saluto”). C’è poi la consuetudine di unire al gesto anche alcune parole come “salute”/“viva” nel caso di una celebrazione. Per i più curiosi inoltre indichiamo anche la tradizione di versare un po’ di vino del proprio bicchiere in quello del commensale accanto e via di seguito, poiché si voleva accertarsi che non vi fosse del veleno.

Curioso è anche il riferimento al “Cin Cin” che si pronuncia proprio mentre si fanno tintinnare i calici: deriva dal cinese “ch’ing ch’ing” che significa “prego, prego”, modo usato dai marinai inglesi insidiatisi a Canton per sostenere scambi commerciali con la Cina. Dal latino invece deriva “Prosit”, forse meno conosciuto. E’ la terza persona singolare del congiuntivo presente del verbo “prosum” cioè “io sono favorevole, giovo”. Il Galateo in questo gesto ci indica di brindare sollevando poco il bicchiere e non bisognerebbe in questo momento far toccare i bicchieri tra loro, guardando soltanto i commensali, senza pronunciare parola alcuna. In Corea invece il bicchiere più alto deve essere del membro più anziano del gruppo radunato attorno al tavolo: paese che vai, usanza che trovi!

Nel corso dei secoli, il brindisi ha assunto molteplici forme e significati diversi per geografia e temporalità, intrecciandosi inevitabilmente con le vicende storiche e culturali – ne sono un esempio gli utilizzi che vedevano il vino come protagonista durante la guerra in trincea, o nella storia dei vini fortificati come il Porto o il Marsala, capace anche di unire luoghi lontani, o ancora nei vini apprezzati nelle corti di tutta Europa. Esplorando questo rito millenario, si scoprono storie, rituali e peculiarità particolarmente curiosi, incastonati nel tessuto stesso della nostra umanità.

Il Seicento fu testimone dell’irradiazione del brindisi connesso con la celebrazione poetica, un’arte divenuta manifestazione di bellezza e sentimento espressa tramite il mezzo della poesia. Autori come poeti e scrittori contribuirono a nobilitare questo rituale millenario, come già seppero fare dagli albori della civiltà gli antichi greci per celebrare i loro famosi simposi. Ricordiamo che è proprio tra Seicento e Settecento che abbiamo anche le prime citazioni ufficiali del Lugana come Trebbiano delle nostre zone.

Nell’antica Grecia infatti, mentre la vita si svolgeva tra momenti di cibo e momenti di libagioni, il brindisi dettava il ritmo dei convivi. Un “simposiarca”, figura di grande rilievo nella comunità degli invitati alla cerimonia e alla festa, non solo curava le bevande, ma declamava eloquenti discorsi durante il brindisi, onorando sia gli ospiti sia dichiarando poesie di tipo amoroso.

La storia romana invece celebrava prodezze amorose e anche militari nei brindisi, un’usanza consolidata che trovava spesso la sua occasione di esaltazione nella produzione di vini pregiati, come riportato in diversi testi latini che indicano talora anche i nomi dei vini preferiti dalle persone di alto lignaggio.

E mentre ogni cultura cela la sua specifica ritualità, la cantina Ca’ dei Frati continua a preservare e celebrare la tradizione del brindisi, offrendo vini spumanti e fermi – esaltando nella linea vinicola il Lugana DOC – che portano con sé la nobiltà di un’antica pratica, incastonata nella modernità delle tavole contemporanee.

Il brindisi, antica usanza, continua a fluire tra le generazioni, intessendo legami tra il passato e il presente. In questo rituale intramontabile, si riconosce la perseveranza e l’eleganza delle tradizioni enologiche, come quelle che cerchiamo di custodire con passione attraverso le generazioni della famiglia Dal Cero. Un sorso di vino Lugana DOC, frutto di secolari sapienze, è un omaggio all’umanità e al suo inestimabile patrimonio conviviale e non ce lo faremo mancare neanche per questo Capodanno imminente!

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Il Brolettino con il dono della longevità

Sapevi che uno dei nostri vini bianchi più conosciuti, il Brolettino, 100% Turbiana di Lugana, è uno dei nostri vini più longevi? Lo abbiamo scoperto anche noi venerdì 15 settembre quando Ca’ dei Frati è stata ospite della delegazione di AIS a Brescia per presentare una verticale (fino al 1995!) di uno dei suoi vini più rappresentativi e famosi: proprio il Brolettino.

Dopo i saluti da parte del delegato Alessandro Caccia, Maria Chiara Dal Cero, responsabile della comunicazione e degli eventi della cantina, ha presentato ai partecipanti Ca’ dei Frati, la sua nascita e la sua storia e, in particolare, il suo radicamento nel territorio del basso Garda Bresciano. Particolare interesse ha suscitato l’origine del nome della cantina che, del resto, può essere plasticamente compreso visitando la parte antica della sede aziendale che tradisce la sua origine di monastero maschile.

Alcune note produttive del Brolettino hanno anticipato la successiva fase di degustazione. Si è delineata la cifra stilistica dello storico prodotto, fortemente voluta dalla famiglia Dal Cero: privilegiare, innanzitutto, l’apporto aromatico della Turbiana, lavorando in fase di cantina sui sentori primari, punto di arrivo di qualsiasi produttore che voglia fare vino come espressione del terroir, sostenere, grazie alla acidità varietale, una delle caratteristiche più famose ovvero il grande potenziale evolutivo, preservare la nota sapida e, non da ultimo, calibrare il fondamentale apporto della barrique nella maturazione in modo da migliorare quanto di buono fatto in vigneto.

La discussione sui tappi Nomacorc, in particolare la linea Green utilizzata per il Brolettino, che si è di seguito sviluppata, ha mostrato non solo la scontata curiosità che proviene da persone preparate quali gli associati di AIS Brescia, ma anche la vincente scelta aziendale che si traduce in altissima prestazione della chiusura nel tempo e, di conseguenza, in effettivo piacere sensoriale nel degustare le vecchie annate.

Finalmente poi i bicchieri sono stati riempiti e la degustazione della verticale è cominciata. Artur Vaso, relatore AIS e campione in vari concorsi, ha quindi presentato, dalla più giovane alla più vecchia, le 7 annate di Brolettino. Eccole di seguito una per una, con alcune note:

2021. Paglierino con luminosa nuance verdolina. Fiore di sambuco, cedro, menta fresca disegnano l’impronta di fragrante gioventù. In bocca l’ingresso è di spessore mentre il finale è affilato, conducendo ad una beva lunga e rinfrescante, supportata da ritorni di mela verde. Il classico Brolettino così come lo conosciamo oggi.

2019. Paglierino con saturazione maggiore del precedente, ma sempre cristallino. Autentico biscotto al limone, quasi piccante per la sferzata acido-sapida che lo rendono dissetante nonostante la struttura importante. Durante la degustazione si collega l’esattezza gustativa di questa annata con la produzione totalmente svolta in atmosfera inerte.

2017. Nonostante due anni in più del precedente, appare maggiormente contornato di riflessi verdolini, indice di sorprendente gioventù visiva. Cambia invece l’impianto gusto olfattivo orientato al fruttato maturo (pesca e melone giallo) reso raffinato grazie agli sbuffi di camomilla e soprattutto (non sorprendente, per chi conosce il Lugana di media maturità) lo zafferano. Bocca calda, vellutata e nervosa allo stesso tempo ad eseguire un quadro di perfetto equilibrio. L’annata 2017 fa parte della nuova linea “Privilegio di Famiglia” in cui Lugana I Frati e Lugana Brolettino vengono messi nuovamente sul mercato, ma con cinque anni sulle spalle.

2009. Si comincia a intravedere la tonalità più decisa di giallo, qui oro antico. Odori golosi di biscotto, ale belga (malto d’orzo), nocciola tostata, caramello mou. Denso e morbido, chiude con chiari aromi di zabaione. Da qui in poi il tappo era ancora di sughero.

2006. L’annata che ha conquistato la maggior parte dei partecipanti. Sicuramente un Brolettino di eccezionale levatura. Splende di oro intenso. Miele di acacia, castagna dolce, zafferano. Sontuosa la parte tattile e saporifera. Persistenza lunga e raffinata con note che si contrastano piacevolmente tra frutta macerata e torrone.

2001. Veste dorata integra. Frutta stramatura, vaniglia, burro e spezia dolce. Spiccata acidità all’inizio bocca ma ha un ottimo finale grazie alla lunghezza con leggera, ma intrigante nota di polvere da sparo.

1995. Nonostante i 28 anni è preservata la brillantezza dorata della vista. L’impronta di evoluzione è netta: frutta stramatura, caramella al whisky, croccante di mandorla, noce moscata. Chiude sapido e con aromi mielati. Incredibile la nota ancora sapida e acida che lo caratterizza: il Lugana non si smentisce nel tempo!

La bella serata si è conclusa infine con una chicca: una fetta di pane accompagnato, in anteprima, dall’olio extravergine di oliva di Ca’ dei Frati, un multi-cultivar denocciolato nato sul Garda con una linea di produzione totalmente inertizzata, proprio come per il vino. La nota di carciofo, la piccantezza ben percepibile e la sua tipica acidità lo rendono un olio degno di coronare i migliori piatti della cucina bresciana.

 

Riccardo Contessa

Sommelier AIS e maestro assaggiatore ONAF

1995, brolettino, Ca dei Frati, cantina, degustazione, lugana doc, maria chiara dal cero, privilegio di famiglia, Turbiana, verticale, vitigno autoctono